martedì 28 gennaio 2014

Scarpe



Un bel respiro. 
Un sorriso al foglio bianco. 
Il rispetto alla scrittura lo si deve sempre. 
Soprattutto quando, da tempo, forse troppo, le hai voltato le spalle. 
E adesso, come un verme, torni strisciando da lei, sapendo che lei, come nessun'altra sa aprire il cassetto, e lasciar uscire la farfalla.

Sarai capace ancora? Dicono sia come fare l'amore, come andare in bicicletta o come fare metafore banali. Appunto.

Argomento? Scrivi e non ti chiudere, prima di cominciare pensavi alle scale, ai punti di risalita. Alla metafora della vita. 

Non è una grande novità! Chiaro, ma se la sai riempire mi sembra un buon punto di partenza.

Guarda che la gente, forse, legge e ancora non hai scritto molto.
Ehmmm, preliminari. Ogni cosa ha bisogno del suo tempo.

Tu, io, più di chiunque altro al mondo.

Le scale!!
Sì, ok.

Riprendiamo. Grazie per aver aspettato.


Non sempre le cose scivolano leggere, anzi, il più delle volte sembrano pavimenti di supercolla. 
Anzi, nemmeno un pavimento, sono scalini; scalini mega collosi assassini incazzati con te. Ti guardano come per dirti "prego, la seggiovia è rotta".
Il periodo in cui si sale. Punto e basta.

Eppure a quella fatica si lega qualcosa di diverso.
Ogni piccolo gradino è anche una piccola vittoria.
Salire come superare.
Superare come fare pace con un ricordo.
Salire e non restare fermi. Almeno non del tutto.
Tutto in certi momenti va troppo avanti. Se chiudi gli occhi riesci anche a sentire il soffio di ogni cosa. Come un vecchietto col bastone che attraversa la superstrada.
Eppure stare fermi a volte è quasi un bisogno.
Vorresti essere di gesso. Una statua indisposta ad essere osservata.
Giocare a nascondino con la vita, con il sole.
Perfavore non mi guardate, non chiedete, non fatemi ridere.
Sono un chirurgo, lo so, non mi vedete, ma io sto rattoppando qualcosa, senza anestesia.
Siate buoni, vi prometto, lo sarò con voi quando ce ne sarà bisogno.

In questi momenti di non discesa (siamo delicati), la parte comica è che ci si sente la vignetta di se stessi. Tu, il fumetto di un libro in bianco e nero, che col tempo di sicuro si colora.
Fa paura quel colore, perché significa che qualcosa cambia.
La paura più forte da superare è volere quel cambiamento, prima di accettarlo.
Sai che se cambi tu, cambia tutto il resto. Lo vuoi? Davvero davvero?

Ecco che inizi a muoverti e assaggi una fetta di ricordo, amarognola, ma fingi che ti piaccia e la mandi nella pancia.
Ecco che accarezzi un divano e gli chiedi una tregua, lui forse ti ascolterà. Anche perché per una volta non ti ci sei seduto di peso. Lui se ne è accorto.
Ecco che non ti senti stupido, quando leggi, quando guardi un film, quando ti riposi, quando non scrivi, quando fai la spesa, quando ascolti ogni cosa, in ogni quando, in ogni dove, in tutti i perché che rimbalzano, come bambini sul tappeto a molla, nella tua testa, e le sinapsi fanno festa. 

Non sei più del tutto immobile.
Non sei più scemo.
Non sei più sbagliato.
Dai dillo, non sei più brutto. Anzi.

A volte anche il miglior ingranaggio del mondo, la vita nei suoi rintocchi così decisi, tremendi e strazianti, lascia respirare. 
Così, come quando ci si allena, si riprende il ritmo. 
Da passeggiare a camminare. Da camminare a correre. Da correre a volare.

Sia per salire che per tornare a volare c'è solo una cosa della quale non si può fare a meno:
un bel paio di scarpe.

E se ci fate caso, e guardate bene, e aprite gli occhi, e usate un pizzico di fantasia, tutte le cose che ci sono intorno, possono esserlo. Gli amici per primi.

Oddio, hai rifatto una metafora?!
Eh misà di sì.
Ma è banale.
E pazienza.

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