venerdì 16 giugno 2017

Orecchie-il fischio del mondo che parla.



Raramente capita di avere una sala tutta vuota per vedere un film tanto bello.
Incredibilmente l'assenza di persone è sembrata in tema con il film stesso.
Una storia di intima solitudine. La storia di un puntino nell'universo.

Un film in cui una persona si sente isolata, sola, distante da tutti, da un mondo al quale non sente, esattamente, di appartenere. 
Si sente migliore? No, solo diversa. 
Forse stonata rispetto al ritmo che il mondo ha preso da tempo.
Non è la storia di un dissociato.
Non è la storia, stile americano, di uno schizofrenico.
Fortunatamente.

La storia in bianco e nero, che fotografa degli scorci di Roma da far uscire le budella dallo stomaco in quanto a bellezza e maestosità, racconta con inquadrature semplici, piatte e bellissime, un percorso di crescita, un funerale e del suono dei pensieri: un fischio nelle orecchie.
il personaggio dell'inetto? Neanche troppo.
Lui, è solo un ragazzo un tantino bloccato. 
Fermo nel suo tempo e nel suo spazio.
Un ragazzo un tantino sfiduciato.
Che fa della sua naturale incapacità di capire gli altri, tirata fuori dal fantastico occhio e tempo comico del regista, la sua dote migliore.
Mai l'ironia è stata tanto piena di provocazione.
Mai una risata poteva far tanto pensare.

Lui, il ragazzo chiuso nella sua scatola, alla fine avrà il privilegio di dire qualche parola ad un funerale, diciamo particolare.
Il funerale appunto, filo conduttore di tutto il film insieme ad un incredibile fischio alle orecchie con il quale si sveglia quella mattina.

Fischio, funerale e persone raccontano insieme quel piccolo disagio che ogni piccolo grande uomo, con la strana dote o vizio di voler utilizzare il proprio cervello, si porta dietro e con il quale finisce (in qualche modo) per doverci fare pace.

Frasi memorabili del film ( a memoria la mattina dopo) sono: 
"Il compromesso è una resa, infondo"

Dottore che parla:
"La gente viene da me dicendomi che sta male e quando io non trovo niente s'incazza. Invece di essere sollevata".

Una di queste due citazioni, verrà sovvertita e sarà l'inizio di una nuova vita.

Forse, questa storia, tenera e profonda, è un bellissimo inno alla semplicità.
Un invito forte forte a tutti noi di accettare quello che succede attorno esattamente così come è.
Che sia incomprensibile, superficiale o anche solo distante dal nostro modo di vedere la vita, se accoglierlo è sufficiente per farci fare un sorriso, allora perché non strizzargli l'occhiolino?

Andate a vederlo. Non lasciate che una storia così la guardino solo sedie vuote.
Veloci, è rimasto solo al cinema Fiamma (a Roma), è anche in una zona meravigliosa.





E comunque scusate il francesismo, ma possono girare tutti i film del mondo in tutte le città del mondo, ma quando lo sfondo è Roma si attaccano proprio tutti al cazzo.

giovedì 8 giugno 2017

M & H e la pausa pranzo.



Ci sono messaggi, chiamiamoli strani, o forse solo pieni di piccole felicitá in ogni singolo giorno.
Anche in quello che ti fa schifo da appena apri gli occhi.
Anche in quello che non é il primo, ma uno di una serie di giorni di cui sopra.
Tutto sta in un solo piccolo sforzo, tenere gli occhi aperti, e farci caso.


La lezione della giornata arriva dalla sedia accanto.
Cioé la sedia che sta esattamente alla destra di chi scrive in questo momento.
É la sedia di una persona che chiameremo M.
Davanti alla sedia di M, al lato opposto della medesima scrivania, siede H.
M e H non sono dello stesso sesso.
M e H hanno qualche (ma non tantissimi) anni di differenza.
M e H sono giovani.
M é piú piccola, H esce sentimentalmente da una cosa niente male in quanto a peso. 
Piú semplicemente una convivenza.
M e H hanno un segreto, piccolo e dolcissimo.
M e H credono di avere un segreto, perché alla fine chi sta vicino a loro, ha giá capito tutto.
M e H sono tenerissimi nel sentirsi bravissimi a nascondere il loro tenero segreto.
Questo rende M e H tanto ingenui quanto degni della piú amorevole invidia.

M e H nsi rivolgono poco la parola, ma basta poco per capire che si scrivono tra di loro, quasi ininterrottamente nella finestra della chat.
M e H hanno studiato in modo approfondito un piano, valido tutti i giorni: quando si fa ora di pranzo prima si alza M, inventando ogni giorno una scusa diversa, poco dopo si alza H e dice che va a mangiare qualcosa anche lui.
A volte il piano fallisce per qualcuno che si auto invita con uno dei due.
A volte il piano lo mandano a quel paese loro due alzandosi insieme e andando via senza dire una parola.
Quando M e H tornano da quello che possiamo definire pranzo, sono sempre vaporosi, M ha le gote rosse, H qualche volta i capelli spettinati.
Quando tornano da quello che chiamano pranzo M e H sorridono sempre.
É meraviglioso vedere come tentino, entrambi, di soffocare quel sorriso davanti a tutti gli altri che gli stanno intorno.
Celando la passione, racchiudendo quel segreto tutto loro, solo loro.
Niente é piú avvolgente nello stare in silenzio per capire, con discrezione, quanto tempo passano ridendo uno delle cose dell´altra, scoppiando nel silenzio, lasciando tutti sorpresi, curiosi, incapaci di comprendere davvero la vera natura che giace e cresce dentro quello spruzzo irrefrenabile di vita.
Poi, quando finisce l´orario di lavoro, la recita sembra non servire quasi piú.
Infatti M e H se ne fregano e vanno via quasi sempre insieme.

M e H fuggono, ogni volta. 
Pare che H abiti proprio vicino alla sede di lavoro.
L´ora di pranzo é diventata una vacanza, una piccola luna di miele.
Un mondo ovattato e nascosto da occhi indiscreti.
Loro si lasciano il mondo alle spalle e, per il tempo che segue, niente e nessuno esiste piú davvero.
Quando tornano, portano con loro, quasi sempre, qualcosa di intatto da mangiare.
Indizi maliziosi, prove schiaccianti di estrema felicitá.
Mangiano in silenzio mentre riprendono la vita abbandonata un´ora prima.
Affamati e golosi di cibo e di se stessi.

Fuggire da tutti.
Fuggire a pranzo.
Volare via tra le nuvole bianche che si creano intorno ad un materasso.
Raggiungere quelle nuvole con il languore e scendere sulla terra piú affamato che mai, ma con lo stomaco pieno di qualcosa che non sazia, davvero davvero, mai anche se riempie come niente sulla terra, come niente nella vita di una persona.


Quindi trovarsi ad una sedia da tutto questo. Come essere ad agosto in spiaggia, vedere il sole e sentirlo scaldare; pensare a quanto possa fare caldo lí dentro se la pelle, cosí lontana dal centro di quel fuoco, si brucia tanto.

Quindi pensare a come aprire gli occhi possa fare bene, come questo sole, che a volte accusiamo di essere pallido, in effetti si manifesti comunque.
Peró tra occhio e memoria c´é un patto tacito e chiaro: se lui vede, l´altra incamera.
Questo funziona da sempre.
Solo che il gioco dopo la prima occhiata di vita funziona anche al contrario, non solo ad immaganizzare ma a ricordare, a risvegliare quello che c´era. 
Qualcosa di tantissimo bello.
Qualcosa di tantissimo brutto.

Un bel respiro, M e H sono appena tornati dal pranzo.
Ovviamente, stanno per iniziare a mangiare.



lunedì 29 maggio 2017

NON AVERE PAURA MAI, MIO CAPITANO.



Roma é una cittá molto simile ad una vecchia puttana.
Ti ammalia a convenienza.
Roma é la cittá in cui le persone che ci vivono danno la colpa a Roma.
Nemmeno fosse un´entitá.
Roma é una cittá spaccata.
Una cittá di pigri arraffoni, bugiardi e simpatici piacioni. 
Una cittá di genuini ingordi, di geni passionali, ladri de polli e di gran rosiconi.
La cittá della malinconia infinita.
La cittá del vuoto e del rimpianto.
La cittá del sentimento e del rigurgito.
Della politica pesante, della gente bene e dei burini ripuliti.
Dei semplici.
La cittá delle pastarelle la domenica.
La cittá della Roma.
La cittá della Lazio.
La cittá di tutti.

Ma Roma ieri apparteneva ad una sola persona.
E questa persona ha fatto accadere qualcosa, ieri, a Roma.

Roma ieri si é svegliata, meglio risvegliata. 
Stordita manco avesse preso un sacco di botte.
Si é svegliata piú vecchia. Di 25 anni, e i romani con lei.

Ieri, un giovane calciatore di 40 anni, nato a Porta Metronia, mascherato da Tempo si é tolto il costume e, inequivocabilmente, ha ricordato a tutti che nessuno di noi é immortale.
Che niente, in questa vita maledetta, é per sempre.
Ha ribadito e convinto, senza appello, che ogni volta che un essere umano dice "per sempre", mente a tutti e a se stesso.

Tu, caro giovane uomo, immortale nei ricordi e nei nostri cuori romani e romanisti, ci hai trattato come fossimo tuoi avversari, ci hai dribblato, sciocchi noi invece di seguire la palla, come insegnano ai bambini, seguivamo i piedi (perché troppo belli da vedere) e siamo rimasti tutti fregati.
Ci hai sussurrato all´orecchio, ci hai illuso che tu saresti potuto andare oltre il tempo, oltre lo spazio. E piú ti si guardava e piú ci si credeva.
Come davanti ad un gioco di magia, ci siamo voluti illudere che tutto quello che sapevi fare con i piedi, fosse solo l´anticamera di un trucco ancora piú affascinante; la tua immortalitá.
E´stato tanto bello il volo quanto forte il tonfo, simpatico spaccone dai piedi fatati.
Cosí come hai iniziato il trucco, hai chiuso il sipario, piangendo, come un mago a cui hanno scoperto il trucco, davanti a milioni di persone che, come spettatori mai sazi di emozioni, continuavano a chiedere ancora una magia in piú.
Come si dice proprio a Roma, c´hai lasciato co na mano davanti e una de dietro.


Ora che, come ci hai voluto insegnare tu, siamo tutti un pochino piú grandi, possiamo solo ricominciare da capo, pregando che il destino ci porti un nuovo figlio di Roma, capace di saperla ammaliare, capace di saperla aggirare e guidare; un nuovo prodigio, 

perché solo di una cosa nessuno a Roma sa fare veramente a meno: la grandezza.

Mentre aspettiamo, una cosa, semplice semplice: grazie.

Non per quello che hai fatto sul campo, ma per quel momento di estrema serenitá che ieri hai saputo costruire. Per aver fermato il tempo, ieri e per 25 anni.

Roma cosí bella, cosí unita, cosí pura non si vedeva da tanto.
Ieri, sei riuscito a calmare gli animi, a far credere che ognuno di noi, con un gesto di forte determinazione lontano da tutto ció che viene chiamato modernitá, illumina e traccia un cammino a tutti gli altri.
Le strade vuote della cittá, le famiglie con tutte le generazioni erano davanti alla tv, nemmeno avessero inventato la Rai il giorno prima.

Era bello, bello essere di Roma, meraviglioso (una volta tanto) essere romanisti e percepire quel profondo senso di sana invidia di chi di Roma e romanista non é, perché di coppe e di scudetti se ne possono pure vincere, ma di Francesco Totti ce ne sta soltanto uno, e tu, per sempre capitano, sei stato, sei e sarai per sempre solo NOSTRO.






martedì 23 maggio 2017

NON LO SO (che è allo stesso tempo il titolo perfetto per il post, ma che in realtà voleva dire che non sapevo come intitolarlo).



Esiste una frase molto positiva che allo stesso momento somiglia tanto ad una minaccia.

"Fai attenzione a quello che desideri perchè potrebbe accadere".

Analisi della frasi.
Tutto quello che un essere umano è portato ha chiedere o desiderare potrebbe essere figlio di una una non necessità, a volte di un capriccio, qualche volta di una malsana incapacità di saper calcolare per davvero le proprie priorità.
Come un bambino che ha un parco macchine di plastica in cameretta ma a Babbo Natale chiede il modellino di una Ferrari. Ovviamente non ha, il bambino, ancora sviluppato il concetto di collezionismo. Siamo quindi davanti ad un desiderio puro, o cieco, o del tutto immaturo.

Ecco, la metafora calza perfettamente quando la richiesta, imbustata e spedita da qualche pate con la forza della mente, del cuore, della pancia, o con un gufo di Harry Potter, viene fatta da un bambino in pubertà, possiamo accettarla anche nella fase adolescenziale, tardo adolescenziale, difficilmente nella maturità o piena maturità dell'individuo.

Probabilmente esiste una specie di risposta a questa totale incapacità di saper capire davvero di cosa ogni persona ha bisogno, o almeno, di cosa ognuno di noi possa aver bisogno; la risposta è il piano generale delle cose.

I nostri occhi e le nostre membra, per forza di cose, sono incollate a questa realtà.
La viviamo, ne siamo circondati, ci siamo dentro fino ai piedi.
Viviamo di sensazioni, peggio, di emozioni, che in parte guidano i nostri pensieri e le nostre considerazioni su tutte le cose che ci accadono. Sono la lente con la quale leggiamo quello che ci succede, sono tutto ciò che ci permette di accumulare il ricordo di una cosa, e con tali memorie riusciamo a tirare le somme di quello che ci è piaciuto, o meno, di quello ce piace, o meno, di quello che ci potrebbe piacere, o meno.

Il punto chiave però sta nel fatto che non potremmo mai e poi mai avere un quadro generale.
Il quadro generale nessuno riesce davvero a capirlo, è impossibile anche solo da immaginare.
Troppi incroci, incontri, coordinate, troppi dati da catturare, analizzare, troppe notizie da incasellare.
La previsione stessa, che tentiamo con tutte le nostre forze di ottenere basandoci su alcuni dati accumulati non è minimamente possibile, per noi, per tutti noi.

Ecco che solo una cosa è in grado di sapere quello di cui veramente abbiamo bisogno, la vita stessa.
Basta pensare a quando una persona si sforza tremendamente per fare una cosa, anche lasciando passare anni, credendo che prima o poi riuscirà a raggiungere quello scopo, invece non succede.
Questo non tanto perchè quella persona non meriti tale encomio, non perchè sia, diciamo, sfortunata, ma semplicemente perchè, quella persona, non sa che ciò che sta chiedendo insistentemente, non è la cosa giusta per lui. Almeno nel momento in cui la chiede.

Possiamo immaginare cosa può farci bene, ma non lo sapremo mai davvero fino al momento in cui quella cosa non capita.
A volte, come conferma della regola della superiorità del "destino" certe cose la vita le fa accadere anche quando non sarebbe il momento, anticipandole, posticipandole, o semplicemente facendole accadere quando qualcuno le chiede.
I risultati? Per la maggior parte negativi.

Forse prima di chiedere qualcosa bisognerebbe riflettere su una cosa importante, ovvero cercare di capire se siamo pronti veramente per ricevere quello che chiediamo.
Se siamo capaci di sostenere la leggerezza o il peso di ciò che stiamo insistentemente aspettando.

Certo, èe vero che nessuno nasce pronto, nessuno nasce imparato.
Nessuno nasce papà o mamma, e il bello sta proprio nel diventarlo, esplorando noi stessi come se fossimo atterrati su un pianeta tutto nuovo.
Scoprendosi, o meglio, riscoprendosi.
Forse un modo per prepararsi a quello che forse arriverà è proprio chiedersi se si è in grado, avendo quindi quasi paura di ricevere quello che vorremmo, entrare fino in fondo ai nostri desideri, metterci nelle scarpe del nostro futuro e vedere quanto saremmo in grado di resistere in piedi in quella realtà, quando sappiamo camminare, quanto correre, se servisse.

I desideri, a volte, sono sempre molto grandi e forse a pensarci bene spaventano così tanto, quando ti ci metti dentro che ti viene da dire che magari, in fondo in fondo, stai bene come stai, dando un senso a quella parola comunemente brutta quale "accontentarsi", così maltrattata a volte, eppure coinquilina della tranquillità.

Però, se decidiamo di non spaventarci e continuare a sognare, a chiedere qualcosa in più al destino, allora il solo ragionamento corretto da fare non è tanto se domandare o meno, ma cosa chiedere una volta per tutti, per non avere più bisogno di fare altre domande con la testa rivolta chissà dove.

mercoledì 12 aprile 2017

Wonderwall




Parlare di quello che segue tocca il cuore come parlare della squadra che da sempre hai amato.
Queste due teste di cazzo geniali di Manchester hanno, senza alcun dubbio, segnato le orecchie e di conseguenza l´esistenza tardo adolescenziale di chi scrivi e di milioni di persone in tutto il mondo.
Guardare il film prodotto da entrambi i fratelli (per il quale si saranno ovviamente pestati a sangue nella scelta di una scena o di un´altra) non solo ravviva il senso del sogno in ognuno di noi, quel germe di speranza che abbiamo di conseguire un traguardo e di arrivare (per fortuna o per giustizia) anche piú in alto; ma piu di ogni altra cosa, questo documentario misto film scava nella profonditá dei ricordi, cosí come la musica che hai amato fa sempre.

La cosa davvero positiva é che la storia del film non vende loro due come persone buone, anzi, li fa sembrare solo due sciagurati, due morti di fame, ignoranti come nulla al mondo, che fanno di una chitarra lo sfogo naturale del loro disordine mentale.
Dio ne mandi di gente che dal disordine genera questo tipo di effetto.

Rivedere la loro storia allarga il punto di vista su un milione di cose, la prima, senza dubbio, é legata al fatto che come tu li ascoltavi per conto tuo dentro casa, dall´altra parte del mondo c´era un giapponese che faceva la stessa cosa e che, se per magia, avessi incontrato quel giapponese a metá strada mentre aspettavi la metro sulla banchina, avreste avuto qualcosa in comune, le parole e gli accordi di qualcuno che con voi due, direttamente, non aveva nulla davvero a che fare.

Il secondo punto é che probabilmente, cosí come dicono proprio loro alla fine del film, gli Oasis sono probabilmente l´ultima vera band della storia della musica.
Non perché siano i migliori o cagate del genere, quanto perché (sempre per come dicono loro) la loro nascita, e la loro crescita é figlia di un tempo diverso, quel tempo in cui non esistevano social, niente X Factor o programmi atti a lanciare in modo commerciale i gruppi; prima dovevano affittare una macchina con 25 Sterline, farsi un viaggione con un pieno, salire sul palco per beccare 4 applausi (forse) dormire sulla stessa auto e poi tornare in tempo per non pagare la penale.

Il mondo in cui chi scrive si vanta di essere nato, e del quale sente una forte malinconia.
Ovviamente intendendo la semplicitá di quel mondo.

Si parlava di loro due come: ho preso i biglietti sperando che cantino.
Si parlava di loro come: poverini da piccoli il padre li picchiava.
Si parlava di loro come: non sono una band che fa canzoni della madonna, li segui perché sono mezzi scemi.
Si parlava di loro come: quelli fanno finta di essere cosí e poi fanno i milioni.

Onestamente chi (scusate lo slang) c´é rimasto sotto con gli Oasis, se ne é sempre fregato dei perché li si ascoltava, visto che in fondo, finito il cd non facevi altro che spingere "play again" fin quando non ti veniva il sangue dal naso.

E cosí, come tutti i drogati malinconici, é inevitabile, di tanto in tanto, non cedere alla tentazione e ricascarci, per ore, giorni e settimane, e fingere di tornare indietro e vederli insieme, sti stronzi, non tanto perché gli vuoi bene, non perché in fondo ti mancano, ma perché come un tossico di emozioni hai bisogno di quel brivido che loro, e soltanto loro, vaffanculo, ti sapevano dare.

Liam che invece di cantare gracchiava, manco fosse un rospo.
Liam, il solo cantante che metteva la schiena storta, sotto il microfono, con la testa schiacciata incassata nel collo, che camminava ciondolando, e usava quel tamburello maledetto.
Parliamone, il tamburello é sempre stato sfigatissimo prima di finire nelle sue mani.
Ho visto gente ammazzarsi per quel tamburello lanciato ai concerti.
Noel, il fratello buono e silenzioso.
Noel che porta a casa la pagnotta e canta tutto il resto della scaletta quando Liam, poco cordialmente, si toglieva dai coglioni, per ragioni senza senso.
Liam, e la sua chitarra acustica. Con quelle dita, le corde della chitarra ti cingevano stritolando lo stomaco fino a spremere ogni possibile goccia di emozione. Da dentro, come quando spremi un limone, te le cacciava fuori tutte, le lacrime.
Noel che ancora oggi continua a cantare, come solista, ed é un cazzo di fenomeno.
Noel che ancora oggi continua a cantare come solita, e ti fa sentire settanta volte di piú la loro mancanza.

Dai, onesto, non capiterá mai, ma pensaci, se ti capitasse, di trovarti in aeroporto, andando da qualche parte e lo trovi lí, Noel, o Liam, (separatamente) e riesci in qualche modo (Liam lo immagino piú scorbutico, ma pazienza) ad avvicinarti.
Oltre a dirgli: porca troia grazie!
Che non glielo dici: Ma non tornate davvero insieme? Eddai, perfavore!


lunedì 3 aprile 2017

UFFA



Se l´umore deriva anche da quello che ci circonda, ecco che, quando il lunedí si presenta pieno di nuvole uggiose (uggiosissime direi), allora viene improbabile per questo blog non partire con l´auto(spicciola)analisi.

Di base ogni persona dovrebbe essere piú forte delle intemperie.
Non dovrebbe esserci goccia, pioggia o sole che tiene.
Non dovremmo rifarci a qualcosa che é ciclico a cambiare il modo in cui, quel giorno, mandiamo giú l´aria che circonda.

Diciamo la veritá, ok?
Massí.
Forse quando queste intemperie riescono a vincerci é perché é un momento momentino, momentone, o di fragilitá.
Eterna o passeggera.

Le nuvole ci ricordano una serie di cose piccole e grandi.
Quando il peso di ogni piccolo pensiero possa essere proprio come loro, le nuvole.
Possa addensarsi, ingigantirsi con un attimo, possa, quindi, oscurare tutto quello che stavamo, stiamo o che decideremo di fare.
Stronze ste nuvolette, vé?

Possono svanire in un secondo, diventare prima bianche, candide, poi sfumare, assottigliarsi e lasciarci respirare il tempo che serve.
Quello in cui sole alto e caldo (pare vero) ci scalda il volto.
Una carezza regalata.
Decisamente inaspettata.

Solo che quando ci abituiamo al sole il ritorno delle nuvolette stronze fa davvero malino.

Possiamo chiedere a queste nuvole di scaricarla tutta, una volta e per (cazzo) sempre 
st´acqua maledetta?

Ciao nuvola
Ciao

Senti, facciamo cosí, io mi metto quí sotto e tu piovi cosí tanto e cosí forte che magari riesci anche a farmi crescere, ci stai?

Crescere?

Eh, certo. Sai, la mia etá emotiva non corrisponde a quella anagrafica.
Vivo distorsioni emotivamente da me medesimo cercate, costruite e generate.
Gli stessi psicodrammi da film adolescenziale mi spingono invano a farmi in loop delle domande che mai troveranno alcunissima risposta. 
Secondo me é decisamente un discorso di maturitá, vé?

E quindi io che dovrei fare?

Piovi, piovi fortissimo. Annacquami il cervello, i pensieri, affoga tutto c´ho che resta. Tutto ció che con granitica resistenza si aggrappa ad un quotidiano che nulla affatto lo riguarda.
Lascia che galloni di acqua si facciano oceano con onde immense e che se almeno non riescano a portarli verso un porto felice ma lontano, che si spaventino, che spaventino me, piú di cosí, molto piú di cosí. Perché tanto lo so che anche nel peggiore dei mari che mi darai, io costruiró un maledetto faro, un piccolo porto, una scia di alghe luminose che come un sorriso, scalda e rassicura. 

Ma per salvare chi?
Per salvare cosa?
Il non detto.

Tutto quello che bolle nel rigurgito di uno stomaco fatto pentola, meglio pentolone.

Tutta sta cosa dovrei fare?
Ma no nuvola, io l´ho romanzata, sennó sai che palle.

Eh ma io sono una nuvola, quello faccio.
No tu sei molto di piú, fai solo finta di essere solo te stessa, molto meno di quello che sei.

Ma ti senti bene?
In che senso, scusa?

Stai parlando con un agglomerato allo stadio gassoso che si muove nel cielo, lo sai?
Penso di sí. Ahimé.

Senti, lo vuoi un caffé, nuvoletta?
Latte freddo a parte, grazie.

Zucchero?
No, dolcificante.


Uffa.




venerdì 31 marzo 2017

T



Su questa terra esiste solo una cosa piú forte della magia del cinema, quelle tre quattro parole che, ogni tanto, si leggono prima che la magia stessa cominci e che la rende (scusate la ripetizione) tremendamente piú magica: Based on a true story.

Da quel momento é impossibile distinguere la realtá dalla finzione. 
Impossibile pensare che quelle cose che stiamo vedendo sia accadute in modo diverso.
Ci piace credere nella magia della musica che circonda quel momento.
Ci piacere essere parte della sfida, scegliere da che parte stare e tifare per chi sta combattendo per qualcosa che, appunto, dal momento in cui abbiamo letto quelle tre quattro parole, appartiene a tutti noi, perché magari in un´altra vita saremmo potuti essere noi, o meglio, prima o poi, potrebbe capitare a noi.

Per quanto Hidden Figures possa essere considerato il cugino (venuto meno bene) di The Help (che ancora fa versare fiumi di lacrime), non si puó fare a meno di dedicare due righe a quello che questa storia effettivamente celebra.
Hidden Figures é un elogio al talento.
Al talento buono, quello che sposa la caparbietá.

Esiste una forma di miracolo a cui l´uomo puó solo arrendersi, restando il piú delle volte sorpreso e/o scioccato.
La sua forza é spiazzante, devastante e, quando puro, esce.
Senza calma, senza premura, come l´acqua che rompe la diga.
Il vero talento, buca, peggio, ammutolisce, che se ci pensate é un pochino l´effetto che fa anche l´ispirazione.
Una cosa tanto bella, una mente tanto geniale che possiamo solo restare in silenzio, appunto, ad ascoltare, per imparare.

Ecco quella forma di talento che, in qualche modo, qualcuno si ritrova senza averla nemmeno chiesta.
La sola responsabilitá che quel corpo ha é di accrescerla, custodirla, nutrirla e rispettarla.
Niente é peggio del talento buttato.
Forse solo un amore sciaccquonato nel cesso potrebbe essere paragonabile.

Il talento é quasi una magia, decisamente un dono.
Tanto delicato in principio, che ci vuole davvero poco per farlo secco, tanto granitico se aiutato a crescere nel modo giusto.
E per quanto non sia sicuramente la scena migliore del film (perché di questo parliamo), la parte in cui la madre della bambina matematica piange davanti all´insegnante che ammette di non avere mai visto niente del genere é uno strazio di gioia.
Perché il talento strazia il cuore. Uno strazio decisamente positivo.


Ecco, tornando al film, non so quanto alcuni talenti possano sembrare piú interessanti di altri, ma quello in questione, il talento matematico, é forse quello che finisce per affascinare piú di altri.

Un genio artistico é sempre visto come un talento dissociato, lui sente qualcosa nel mondo, ha qualcosa dentro che riesce ad esprimere a modo suo, a tratti quasi incomprensibile, perché di base l´arte é la scienza dell´emozione, non puoi saperla spiegare con la logica, non é per quello che esiste, deve bucare gli occhi e la pancia, scavare dove non credevi e lasciarti arrivare dove mai avresti pensato o voluto arrivare. L´arte eleva, ma la sua rappresentazione a volte é difficile da toccare con mano, forse anche perché in pochi sulla terra sono stati veramente vicini al disegno, e alla "comprensione" dell´arte stessa.
Con il talento o genio matematico é diverso, il mondo si basa sui numeri, fare la spesa richiede una conoscenza base dei numeri e delle sue operazioni.
Esiste un punto in cui tutti quanti sappiamo che la matematica diventa davvero davvero davvero impossibile anche solo da guardare. Restano numeri, ma in realtá sono geroglifici.
Ecco, diciamo che anche un essere umano riesce a comprendere la complessitá del calcolo matematico, ma non la complessitá del processo artistico, ed é per questo che, forse, in un film, una bambina di sei anni che ammutolisce ragazzi all´universitá, ci lascia di sasso.
Comprendiamo o meglio, possiamo solo avere una specie di rappresentazione di quello che avviene nella sua testa, di come le sinapsi (impazzite o meno) trovino in quelle innumerevoli possibili combinazioni, un senso; come sia possibile quasi padroneggiarle con estrema luciditá e semplicitá. 
Quasi spaventano queste persone, perché in quel preciso momento, quello in cui abbiamo la fortuna di assistere ad una manifestazione spontanea del talento, ci sentiamo spiazzati, distanti, piccoli e impotenti, meglio: diversi.
Ed é una gioia quando la diversitá fa il suo lavoro, ci spinge a cercare il modo per essere cosí diversi anche noi.
Ci muove verso un mondo pieno di curiositá. Quel mondo siamo noi.
Un mondo in cui andare a cercare noi stessi, quel piccolo talento che (si spera) da qualche parte dovrá pure esserci no?

Sai far ridere e ti viene cosí dannatamente in modo spontaneo?
Riflettici.

Riesci a mettere insieme delle persone e farle lavorare in armonia?
Facci caso.

Qualunque cosa ti accada nella vita la tua reazione é sempre una: correre?
Compra un paio di scarpe adatte e vedi che succede.

Se esiste davvero un motivo per il quale siamo quí, é il caso di scoprirlo anche da soli no?