martedì 23 maggio 2017

NON LO SO (che è allo stesso tempo il titolo perfetto per il post, ma che in realtà voleva dire che non sapevo come intitolarlo).



Esiste una frase molto positiva che allo stesso momento somiglia tanto ad una minaccia.

"Fai attenzione a quello che desideri perchè potrebbe accadere".

Analisi della frasi.
Tutto quello che un essere umano è portato ha chiedere o desiderare potrebbe essere figlio di una una non necessità, a volte di un capriccio, qualche volta di una malsana incapacità di saper calcolare per davvero le proprie priorità.
Come un bambino che ha un parco macchine di plastica in cameretta ma a Babbo Natale chiede il modellino di una Ferrari. Ovviamente non ha, il bambino, ancora sviluppato il concetto di collezionismo. Siamo quindi davanti ad un desiderio puro, o cieco, o del tutto immaturo.

Ecco, la metafora calza perfettamente quando la richiesta, imbustata e spedita da qualche pate con la forza della mente, del cuore, della pancia, o con un gufo di Harry Potter, viene fatta da un bambino in pubertà, possiamo accettarla anche nella fase adolescenziale, tardo adolescenziale, difficilmente nella maturità o piena maturità dell'individuo.

Probabilmente esiste una specie di risposta a questa totale incapacità di saper capire davvero di cosa ogni persona ha bisogno, o almeno, di cosa ognuno di noi possa aver bisogno; la risposta è il piano generale delle cose.

I nostri occhi e le nostre membra, per forza di cose, sono incollate a questa realtà.
La viviamo, ne siamo circondati, ci siamo dentro fino ai piedi.
Viviamo di sensazioni, peggio, di emozioni, che in parte guidano i nostri pensieri e le nostre considerazioni su tutte le cose che ci accadono. Sono la lente con la quale leggiamo quello che ci succede, sono tutto ciò che ci permette di accumulare il ricordo di una cosa, e con tali memorie riusciamo a tirare le somme di quello che ci è piaciuto, o meno, di quello ce piace, o meno, di quello che ci potrebbe piacere, o meno.

Il punto chiave però sta nel fatto che non potremmo mai e poi mai avere un quadro generale.
Il quadro generale nessuno riesce davvero a capirlo, è impossibile anche solo da immaginare.
Troppi incroci, incontri, coordinate, troppi dati da catturare, analizzare, troppe notizie da incasellare.
La previsione stessa, che tentiamo con tutte le nostre forze di ottenere basandoci su alcuni dati accumulati non è minimamente possibile, per noi, per tutti noi.

Ecco che solo una cosa è in grado di sapere quello di cui veramente abbiamo bisogno, la vita stessa.
Basta pensare a quando una persona si sforza tremendamente per fare una cosa, anche lasciando passare anni, credendo che prima o poi riuscirà a raggiungere quello scopo, invece non succede.
Questo non tanto perchè quella persona non meriti tale encomio, non perchè sia, diciamo, sfortunata, ma semplicemente perchè, quella persona, non sa che ciò che sta chiedendo insistentemente, non è la cosa giusta per lui. Almeno nel momento in cui la chiede.

Possiamo immaginare cosa può farci bene, ma non lo sapremo mai davvero fino al momento in cui quella cosa non capita.
A volte, come conferma della regola della superiorità del "destino" certe cose la vita le fa accadere anche quando non sarebbe il momento, anticipandole, posticipandole, o semplicemente facendole accadere quando qualcuno le chiede.
I risultati? Per la maggior parte negativi.

Forse prima di chiedere qualcosa bisognerebbe riflettere su una cosa importante, ovvero cercare di capire se siamo pronti veramente per ricevere quello che chiediamo.
Se siamo capaci di sostenere la leggerezza o il peso di ciò che stiamo insistentemente aspettando.

Certo, èe vero che nessuno nasce pronto, nessuno nasce imparato.
Nessuno nasce papà o mamma, e il bello sta proprio nel diventarlo, esplorando noi stessi come se fossimo atterrati su un pianeta tutto nuovo.
Scoprendosi, o meglio, riscoprendosi.
Forse un modo per prepararsi a quello che forse arriverà è proprio chiedersi se si è in grado, avendo quindi quasi paura di ricevere quello che vorremmo, entrare fino in fondo ai nostri desideri, metterci nelle scarpe del nostro futuro e vedere quanto saremmo in grado di resistere in piedi in quella realtà, quando sappiamo camminare, quanto correre, se servisse.

I desideri, a volte, sono sempre molto grandi e forse a pensarci bene spaventano così tanto, quando ti ci metti dentro che ti viene da dire che magari, in fondo in fondo, stai bene come stai, dando un senso a quella parola comunemente brutta quale "accontentarsi", così maltrattata a volte, eppure coinquilina della tranquillità.

Però, se decidiamo di non spaventarci e continuare a sognare, a chiedere qualcosa in più al destino, allora il solo ragionamento corretto da fare non è tanto se domandare o meno, ma cosa chiedere una volta per tutti, per non avere più bisogno di fare altre domande con la testa rivolta chissà dove.

mercoledì 12 aprile 2017

Wonderwall




Parlare di quello che segue tocca il cuore come parlare della squadra che da sempre hai amato.
Queste due teste di cazzo geniali di Manchester hanno, senza alcun dubbio, segnato le orecchie e di conseguenza l´esistenza tardo adolescenziale di chi scrivi e di milioni di persone in tutto il mondo.
Guardare il film prodotto da entrambi i fratelli (per il quale si saranno ovviamente pestati a sangue nella scelta di una scena o di un´altra) non solo ravviva il senso del sogno in ognuno di noi, quel germe di speranza che abbiamo di conseguire un traguardo e di arrivare (per fortuna o per giustizia) anche piú in alto; ma piu di ogni altra cosa, questo documentario misto film scava nella profonditá dei ricordi, cosí come la musica che hai amato fa sempre.

La cosa davvero positiva é che la storia del film non vende loro due come persone buone, anzi, li fa sembrare solo due sciagurati, due morti di fame, ignoranti come nulla al mondo, che fanno di una chitarra lo sfogo naturale del loro disordine mentale.
Dio ne mandi di gente che dal disordine genera questo tipo di effetto.

Rivedere la loro storia allarga il punto di vista su un milione di cose, la prima, senza dubbio, é legata al fatto che come tu li ascoltavi per conto tuo dentro casa, dall´altra parte del mondo c´era un giapponese che faceva la stessa cosa e che, se per magia, avessi incontrato quel giapponese a metá strada mentre aspettavi la metro sulla banchina, avreste avuto qualcosa in comune, le parole e gli accordi di qualcuno che con voi due, direttamente, non aveva nulla davvero a che fare.

Il secondo punto é che probabilmente, cosí come dicono proprio loro alla fine del film, gli Oasis sono probabilmente l´ultima vera band della storia della musica.
Non perché siano i migliori o cagate del genere, quanto perché (sempre per come dicono loro) la loro nascita, e la loro crescita é figlia di un tempo diverso, quel tempo in cui non esistevano social, niente X Factor o programmi atti a lanciare in modo commerciale i gruppi; prima dovevano affittare una macchina con 25 Sterline, farsi un viaggione con un pieno, salire sul palco per beccare 4 applausi (forse) dormire sulla stessa auto e poi tornare in tempo per non pagare la penale.

Il mondo in cui chi scrive si vanta di essere nato, e del quale sente una forte malinconia.
Ovviamente intendendo la semplicitá di quel mondo.

Si parlava di loro due come: ho preso i biglietti sperando che cantino.
Si parlava di loro come: poverini da piccoli il padre li picchiava.
Si parlava di loro come: non sono una band che fa canzoni della madonna, li segui perché sono mezzi scemi.
Si parlava di loro come: quelli fanno finta di essere cosí e poi fanno i milioni.

Onestamente chi (scusate lo slang) c´é rimasto sotto con gli Oasis, se ne é sempre fregato dei perché li si ascoltava, visto che in fondo, finito il cd non facevi altro che spingere "play again" fin quando non ti veniva il sangue dal naso.

E cosí, come tutti i drogati malinconici, é inevitabile, di tanto in tanto, non cedere alla tentazione e ricascarci, per ore, giorni e settimane, e fingere di tornare indietro e vederli insieme, sti stronzi, non tanto perché gli vuoi bene, non perché in fondo ti mancano, ma perché come un tossico di emozioni hai bisogno di quel brivido che loro, e soltanto loro, vaffanculo, ti sapevano dare.

Liam che invece di cantare gracchiava, manco fosse un rospo.
Liam, il solo cantante che metteva la schiena storta, sotto il microfono, con la testa schiacciata incassata nel collo, che camminava ciondolando, e usava quel tamburello maledetto.
Parliamone, il tamburello é sempre stato sfigatissimo prima di finire nelle sue mani.
Ho visto gente ammazzarsi per quel tamburello lanciato ai concerti.
Noel, il fratello buono e silenzioso.
Noel che porta a casa la pagnotta e canta tutto il resto della scaletta quando Liam, poco cordialmente, si toglieva dai coglioni, per ragioni senza senso.
Liam, e la sua chitarra acustica. Con quelle dita, le corde della chitarra ti cingevano stritolando lo stomaco fino a spremere ogni possibile goccia di emozione. Da dentro, come quando spremi un limone, te le cacciava fuori tutte, le lacrime.
Noel che ancora oggi continua a cantare, come solista, ed é un cazzo di fenomeno.
Noel che ancora oggi continua a cantare come solita, e ti fa sentire settanta volte di piú la loro mancanza.

Dai, onesto, non capiterá mai, ma pensaci, se ti capitasse, di trovarti in aeroporto, andando da qualche parte e lo trovi lí, Noel, o Liam, (separatamente) e riesci in qualche modo (Liam lo immagino piú scorbutico, ma pazienza) ad avvicinarti.
Oltre a dirgli: porca troia grazie!
Che non glielo dici: Ma non tornate davvero insieme? Eddai, perfavore!


lunedì 3 aprile 2017

UFFA



Se l´umore deriva anche da quello che ci circonda, ecco che, quando il lunedí si presenta pieno di nuvole uggiose (uggiosissime direi), allora viene improbabile per questo blog non partire con l´auto(spicciola)analisi.

Di base ogni persona dovrebbe essere piú forte delle intemperie.
Non dovrebbe esserci goccia, pioggia o sole che tiene.
Non dovremmo rifarci a qualcosa che é ciclico a cambiare il modo in cui, quel giorno, mandiamo giú l´aria che circonda.

Diciamo la veritá, ok?
Massí.
Forse quando queste intemperie riescono a vincerci é perché é un momento momentino, momentone, o di fragilitá.
Eterna o passeggera.

Le nuvole ci ricordano una serie di cose piccole e grandi.
Quando il peso di ogni piccolo pensiero possa essere proprio come loro, le nuvole.
Possa addensarsi, ingigantirsi con un attimo, possa, quindi, oscurare tutto quello che stavamo, stiamo o che decideremo di fare.
Stronze ste nuvolette, vé?

Possono svanire in un secondo, diventare prima bianche, candide, poi sfumare, assottigliarsi e lasciarci respirare il tempo che serve.
Quello in cui sole alto e caldo (pare vero) ci scalda il volto.
Una carezza regalata.
Decisamente inaspettata.

Solo che quando ci abituiamo al sole il ritorno delle nuvolette stronze fa davvero malino.

Possiamo chiedere a queste nuvole di scaricarla tutta, una volta e per (cazzo) sempre 
st´acqua maledetta?

Ciao nuvola
Ciao

Senti, facciamo cosí, io mi metto quí sotto e tu piovi cosí tanto e cosí forte che magari riesci anche a farmi crescere, ci stai?

Crescere?

Eh, certo. Sai, la mia etá emotiva non corrisponde a quella anagrafica.
Vivo distorsioni emotivamente da me medesimo cercate, costruite e generate.
Gli stessi psicodrammi da film adolescenziale mi spingono invano a farmi in loop delle domande che mai troveranno alcunissima risposta. 
Secondo me é decisamente un discorso di maturitá, vé?

E quindi io che dovrei fare?

Piovi, piovi fortissimo. Annacquami il cervello, i pensieri, affoga tutto c´ho che resta. Tutto ció che con granitica resistenza si aggrappa ad un quotidiano che nulla affatto lo riguarda.
Lascia che galloni di acqua si facciano oceano con onde immense e che se almeno non riescano a portarli verso un porto felice ma lontano, che si spaventino, che spaventino me, piú di cosí, molto piú di cosí. Perché tanto lo so che anche nel peggiore dei mari che mi darai, io costruiró un maledetto faro, un piccolo porto, una scia di alghe luminose che come un sorriso, scalda e rassicura. 

Ma per salvare chi?
Per salvare cosa?
Il non detto.

Tutto quello che bolle nel rigurgito di uno stomaco fatto pentola, meglio pentolone.

Tutta sta cosa dovrei fare?
Ma no nuvola, io l´ho romanzata, sennó sai che palle.

Eh ma io sono una nuvola, quello faccio.
No tu sei molto di piú, fai solo finta di essere solo te stessa, molto meno di quello che sei.

Ma ti senti bene?
In che senso, scusa?

Stai parlando con un agglomerato allo stadio gassoso che si muove nel cielo, lo sai?
Penso di sí. Ahimé.

Senti, lo vuoi un caffé, nuvoletta?
Latte freddo a parte, grazie.

Zucchero?
No, dolcificante.


Uffa.




venerdì 31 marzo 2017

T



Su questa terra esiste solo una cosa piú forte della magia del cinema, quelle tre quattro parole che, ogni tanto, si leggono prima che la magia stessa cominci e che la rende (scusate la ripetizione) tremendamente piú magica: Based on a true story.

Da quel momento é impossibile distinguere la realtá dalla finzione. 
Impossibile pensare che quelle cose che stiamo vedendo sia accadute in modo diverso.
Ci piace credere nella magia della musica che circonda quel momento.
Ci piacere essere parte della sfida, scegliere da che parte stare e tifare per chi sta combattendo per qualcosa che, appunto, dal momento in cui abbiamo letto quelle tre quattro parole, appartiene a tutti noi, perché magari in un´altra vita saremmo potuti essere noi, o meglio, prima o poi, potrebbe capitare a noi.

Per quanto Hidden Figures possa essere considerato il cugino (venuto meno bene) di The Help (che ancora fa versare fiumi di lacrime), non si puó fare a meno di dedicare due righe a quello che questa storia effettivamente celebra.
Hidden Figures é un elogio al talento.
Al talento buono, quello che sposa la caparbietá.

Esiste una forma di miracolo a cui l´uomo puó solo arrendersi, restando il piú delle volte sorpreso e/o scioccato.
La sua forza é spiazzante, devastante e, quando puro, esce.
Senza calma, senza premura, come l´acqua che rompe la diga.
Il vero talento, buca, peggio, ammutolisce, che se ci pensate é un pochino l´effetto che fa anche l´ispirazione.
Una cosa tanto bella, una mente tanto geniale che possiamo solo restare in silenzio, appunto, ad ascoltare, per imparare.

Ecco quella forma di talento che, in qualche modo, qualcuno si ritrova senza averla nemmeno chiesta.
La sola responsabilitá che quel corpo ha é di accrescerla, custodirla, nutrirla e rispettarla.
Niente é peggio del talento buttato.
Forse solo un amore sciaccquonato nel cesso potrebbe essere paragonabile.

Il talento é quasi una magia, decisamente un dono.
Tanto delicato in principio, che ci vuole davvero poco per farlo secco, tanto granitico se aiutato a crescere nel modo giusto.
E per quanto non sia sicuramente la scena migliore del film (perché di questo parliamo), la parte in cui la madre della bambina matematica piange davanti all´insegnante che ammette di non avere mai visto niente del genere é uno strazio di gioia.
Perché il talento strazia il cuore. Uno strazio decisamente positivo.


Ecco, tornando al film, non so quanto alcuni talenti possano sembrare piú interessanti di altri, ma quello in questione, il talento matematico, é forse quello che finisce per affascinare piú di altri.

Un genio artistico é sempre visto come un talento dissociato, lui sente qualcosa nel mondo, ha qualcosa dentro che riesce ad esprimere a modo suo, a tratti quasi incomprensibile, perché di base l´arte é la scienza dell´emozione, non puoi saperla spiegare con la logica, non é per quello che esiste, deve bucare gli occhi e la pancia, scavare dove non credevi e lasciarti arrivare dove mai avresti pensato o voluto arrivare. L´arte eleva, ma la sua rappresentazione a volte é difficile da toccare con mano, forse anche perché in pochi sulla terra sono stati veramente vicini al disegno, e alla "comprensione" dell´arte stessa.
Con il talento o genio matematico é diverso, il mondo si basa sui numeri, fare la spesa richiede una conoscenza base dei numeri e delle sue operazioni.
Esiste un punto in cui tutti quanti sappiamo che la matematica diventa davvero davvero davvero impossibile anche solo da guardare. Restano numeri, ma in realtá sono geroglifici.
Ecco, diciamo che anche un essere umano riesce a comprendere la complessitá del calcolo matematico, ma non la complessitá del processo artistico, ed é per questo che, forse, in un film, una bambina di sei anni che ammutolisce ragazzi all´universitá, ci lascia di sasso.
Comprendiamo o meglio, possiamo solo avere una specie di rappresentazione di quello che avviene nella sua testa, di come le sinapsi (impazzite o meno) trovino in quelle innumerevoli possibili combinazioni, un senso; come sia possibile quasi padroneggiarle con estrema luciditá e semplicitá. 
Quasi spaventano queste persone, perché in quel preciso momento, quello in cui abbiamo la fortuna di assistere ad una manifestazione spontanea del talento, ci sentiamo spiazzati, distanti, piccoli e impotenti, meglio: diversi.
Ed é una gioia quando la diversitá fa il suo lavoro, ci spinge a cercare il modo per essere cosí diversi anche noi.
Ci muove verso un mondo pieno di curiositá. Quel mondo siamo noi.
Un mondo in cui andare a cercare noi stessi, quel piccolo talento che (si spera) da qualche parte dovrá pure esserci no?

Sai far ridere e ti viene cosí dannatamente in modo spontaneo?
Riflettici.

Riesci a mettere insieme delle persone e farle lavorare in armonia?
Facci caso.

Qualunque cosa ti accada nella vita la tua reazione é sempre una: correre?
Compra un paio di scarpe adatte e vedi che succede.

Se esiste davvero un motivo per il quale siamo quí, é il caso di scoprirlo anche da soli no?


mercoledì 8 marzo 2017

A




Il frammento che vedete qui sopra potrebbe sembrare ( o almeno é) lo scatto rubato dallo schermo mentre il proprietario di questo blog guardava (con attentissima attenzione) l´ultimo film in cui quello che era il principe di Bel Air, ci da (insieme ad un cast d´eccellenza e straordinaria bravura) 
l´ennesima prova della sua incredibile abilitá nella recitazione.

Ma questo post non parlerá di questo.

Questo post non parlerá nemmeno di Keira Nightley e di come il ruolo che interpreta in questo film (amore) decisamente le calzi davvero bene.
Non perché basta guardarla per diventare scemi e ubriachi d´amore (ma questo é gusto personale), quanto perché, cosí come l´amore sa fare, lei é decisamente in grado di cambiare la fisionomia del suo volto in un frammento di secondo.
Le emozioni passano, meglio trasudano, dal suo cuore uscendo senza alcun filtro fuori i pori della sua pelle, riempiendo l´aria di tutto quello che ogni essere umano davanti ad un film ha bisogno: il sogno.

Dilungandoci, scusandomi.

Questo post parte con un flashback.
Anni fa, sempre lo stesso stronzo che continua a scrivere su questo affare, raccontava di amore.
Quella persona presente a sbalzi. Quell´infame lurido che ci mette le ali per portarci in alto e farci sentire il caldo sulla pelle e poi, quando vuole, se ne va.
Lasciandoci cadere, peggio, lasciandoci soli.
Lui, il signor amore, si prende il meglio, il bello.
A lui non spetta il groviglio del fegato, le capriole dello stomaco.
L´acido verde dei pensieri velenosi.
Che annebbiano, che pressano, che soffocano.
Che stancano.
Questo riportava questo blog.

La vita o qualcuno che scrive riguardo ad essa, anni dopo, ha dato una bella sberla in faccia a tutto ció che, con armonia (forse poca) e rispetto era stato qui scritto.

Amore, nel film, vestito da Keira, riprende Will Smith, o comunque il personaggio decisamente sotto botta che interpreta, perché ha smesso di avere fiducia in lui/lei.
Il passaggio é forte e chiaro, come il dialogo:

Amore: You have to trust in me.
Will: Trust?!
Amore: Yes.
Will: I did trust you. And you betrayed me. You broke my hearth.

Quando nessuno poteva convincere una persona come quella, perché oggettivamente la sua storia era andata cosí, amore, s´incazza.
Tantissimo.
Ed é bellissimo, che dico, é bellerrimo.

Amore sostiene di essere in tutto.
Nel bene, nella gioia, nell´allegria di tutti i giorni, ma 
é anche dove noi non la vediamo
nella sofferenza, nelle domande senza alcuna risposta, nel dolore che lui (e ogni tanto tutti noi) proviamo per millemila motivi.

E´ inevitabile chiedersi se sia vero.
Lo é? 
Amore c´é quando tutto va storto?
Amore c´é quando non lo vediamo?
Se sí, dove cazzo sta?
Come toccarlo per respirare di nuovo.
Per trovare quello slancio, quel briciolo di sorriso.
Bisogna immergersi nel silenzio e respirare profondamente.
Ammettiamolo é un esercizio difficile, ambizioso e da folli.
Cercare il frammento, il granello di sabbia.
Studiare il percorso, il nostro viaggio, osservarlo come non fossimo noi stessi.
Come essere nello spazio, galleggiando, e allungare l´occhio su di noi.
Volendoci bene, tanto di piú.
E trovare quel bene, quella pace, quell´armonia.
Appunto amore.
Amare.
Se stessi, come fossimo la persona che era amore per noi fino a qualche minuto fa.
La scorta che avevate dentro via, ancora piena di amore, non andrá perduta.
Giammai.
E´vero, sembra che acquisisca un senso diverso. Sembra tipo un soffione.
Un fiore che una folata di vento spoglia.
Cosí noi, nudi.
Come quando si nasce.
Perché perdere amore é come morire, per poi dover rinascere.
Ma da soli, con la sola forza delle nostre braccia.
I genitori possono insegnarci tutto.
Anche come si muore, quando andranno.
Ma non posso insegnarci come si nasce.
Perché solo quando saremo noi a dare una vita allora l´esperienza sará maestra
e noi capaci di saperlo.

Ecco che quindi, farlo da soli, rinascere
é forse un gesto che come ogni nascita chiama 
amore
non c´é una nuova vita senza amore.
Quindi lei/lui é lí. 
Anche nell´errore, quell´istante é amore.

Quindi ecco, forse amore c´é sempre.
Sempre sempre.
Lui, lei, ci accompagna.
Diciamo che quando fa piú male, lui/lei resta solo in silenzio
perché vuole che io-tu-noi ascoltassimo di piú noi stessi.

Quindi ecco, provate a crederci.
Quindi ecco, per una volta passo in prima persona e vi dico che sento lo stomaco vuoto.
E che quando é cosí vuol dire che non c´é molto altro da aggiungere.

Ma se volete posso dirvi che ho fame.

domenica 5 marzo 2017

Ombrelli.



Vorrei che il pomeriggio precedente a quel momento fosse stato pieno di sole.
Vorrei che, del tutto inaspettatamente, alle sei di pomeriggio una nuvola vecchia e stanca di vivere si sia vendicata di tutto quel viaggio su di noi, per un paio d'ore.
Piangendoci addosso tutto quello che voleva fare e che, poverina, non ha potuto.

Vorrei che fossimo sconosciuti tra noi, ma noti a tutti.
Vorrei rivivere quella sensazione di sentire che ci sei, tra tanti, ad una tavola, ma
per qualche sciocco irrimediabile motivo, debba cercare di nascondere tutto questo.

Vorrei che chiedessi da bere al cameriere che, distratto, ti passa davanti senza darti il minimo ascolto.
E che io, avendo sete quanto te, chieda anche quello che volevi tu.
Solo per sentirmi dire "oh, grazie".
"Prego figurati".

Vorrei che il tempo da prima caldo quasi primaverile ci voltasse le spalle, tradendo quella fantasia di maglietta a manica corta per il giorno successivo.
Che quella nuvola abbia ritrovato quel poco fiato che gli rimane per il suo ultimissimo spruzzo di vita.
Una pioggia sottile, un anelito di vita.

Vorrei che entrambi, senza saperlo, non fossimo passati da casa prima di andare a questa cena di gruppo, una di quelle "dai vieni che ci sta anche gente nuova, fico no?".

Vorrei essere uscito da casa con un abbigliamento troppo leggero.
Vorrei che qualcuno, poco prima di arrivare al ristorante mi abbia spinto a comprare un ombrello da 5 Euro. Qualcuno tipo, mia madre, mia sorella, mio zia (per quello che può contare). Anche se io ho sempre odiato gli ombrelli, e soprattutto comprare gli ombrelli.

Vorrei che invece tu fossi uscita con una sciarpa grande, di maglia ancora più grande.
Unico baluardo scaramantico contro il clima tanto indeciso.

Insomma che entrambi avessimo un lato scoperto.
Io troppo freddo, tu senza ombrello.
Una necessità.

Vorrei che tutti magicamente trovassero qualcuno con cui ripararsi.
Tutti tranne te.
Perché voi tre, amiche, lì sotto non ci state, e si bagna la tua sciarpa.
Il tuo unico appiglio contro un raffreddore che non ti serve per niente.

Ed insomma per caso, ti volti e ci sono solo io.
E mi vedi che ho decisamente freddo, perché ho le braccia praticamente appiccicate al busto e incasso la testa sotto il colletto della mia camicia.
Cercando di eliminare la presenza uggiosa del mio collo.

Insomma il patto è chiaro.
Io ti riparo, tu mi scaldi.

E insomma siamo lì che camminiamo senza avere molto da dirci.
Eppure io, almeno, sento che qualcosa da capire in tutto quello c'è.
E sento che vorrei dirti quella cosa che penso sempre.

I nostri passi si muovo più lenti degli altri.
Non so se volutamente oppure no, restiamo indietro.
Grazie rosso del passaggio pedonale.
Grazie. Una volta tanto destino.
Che fai le cose come cazzo vanno fatte.

Le pozze d'acqua ci costringono a fare lo slalom.
L'ombrello ha una circonferenza che invita il tuo bacino ad entrare nel mio.
E non mi sento in imbarazzo.
E sembra nemmeno tu.

Le cose di cui parliamo sono aleatorie.
Perché io infondo continuo, da quando ti ho visto a tavola, a volerti chiedere questa cosa.
Per sapere se tu, come me, la pensi così.

Passa un'auto veloce che solleva qualche schizzo.
Le vetrine buie perlate di gocce.
Eppure io questa cosa prima che arriviamo te la voglio troppo chiedere.
Perché è solo da te che voglio questa risposta.
Non mi interessa l'opinione del mondo.
Mi sembra di volere solo la tua.
Da una mezz'ora abbondante ho idea che mi interessi davvero solo il tuo punto di vista
sul mondo intero
su di me
sul mio ombrello piccolo
sul freddo che
adesso
mi sembra di non sentire più.

Grazie nuvola incazzata e triste.

Insomma, alla fine, mentre dici cose che dimentico 
siamo arrivati dove volevamo

e l'ombrello non serve più
e dobbiamo entrare in questo posto
allora mi guardi e lentamente ci scolliamo e 
lo giuro
che volevo dirtela sta cosa
infatti meno male che hai l'impressione che io debba dire qualcosa

maledetta la mia faccia libro aperto
benedetta la mia faccia libro aperto

dici solo "è…"
"no, è che secondo me spesso le strade non sono mai abbastanza lunghe…".

Sorridi.
Sorrido.

lunedì 27 febbraio 2017

08



Agosto, ciao, volevo dirti che mi manchi.
Sì, tremendamente, e nei momenti che meno mi aspetto, come il sole che porti, con quello stesso calore, tu, irrompi nel miei pensieri.

Entri nel modo più strano, di soppiatto.
Sarà la tua presenza a targhe alterne. 
O forse la tua assenza ripetuta.
Sarà che crescendo ci scopriamo un pezzetto alla volta.
Non è più come prima, che eri Agosto da fine Maggio.
Sta di fatto che guardo l'acqua in un bicchiere, 
e niente, mi manchi.

Mi manca vederti colorare le nuvole nel cielo, prima che vai a morire dall'altra parte dei miei pensieri.
Mi manca la sensazione di infinito, di non programmato o non deciso
di qualcosa che arriva così, inaspettato
la noiosa serenità di alcune tue giornate
quella sensazione profonda e continua paragonabile solo al lieto film che finisce, appunto, bene.

Il sospiro di sollievo, simile solo al vento leggero che si alza verso le sette.
Quello che con educazione sposta la sabbia.
La sabbia, quella che non brucia, quella sotto due tre strati.
La melodia delle piccole onde che spiaggiano sulle dita dei miei piedi,
soffice come una farfalla che scherzando si ferma sulla punta del naso di un bambino e lo rinfresca sbattendo le ali.
Le pelle che brucia.
La pelle che poi non brucia più.
Il sorriso che sembra bianchissimo.
Il sorriso che diventa bianchissimo.
Il bianco degli occhi la sera, ancora più bianco.
Il profumo dolce della spiaggia che non sai da dove viene.
I mille specchietti di sole che si riflettono sulla superficie dell'acqua.
Le lentiggini, quelle intorno al naso.
I capelli crespi.
Belli e rovinati.
Asciugare i capelli al sole.
Andare a dormire sapendo che potresti andarci più tardi.
Quindi andare a dormire perché ti va di andare a dormire.
Svegliarsi quando i tuoi occhi hanno voglia.
Sognare.
Il cielo azzurro.
Il cielo nero nero pieno di stelle stelle.
Avere 17 anni.
Averne 71 e notare che dentro di te niente è davvero cambiato.
Male?
Pazienza.
Ci rivediamo la prossima vita.
Ti aspetto sotto l'ombrellone. Promesso.
Giochiamo a beach? Che poi sarebbe beach volley.

La storia di tre mesi.
La storia di tre ore.

Il momento che sembra perfetto.
Il respiro perfetto.
Quello che lo senti che è perfetto.
Il cuore che rallenta i giri.

La malinconia.
L'euforia.
La mania per le cose che si possono fare solo quando ci sei tu.

Un tuffo.
Splah.

Sei stati bravo.
Pat-pat.

Notte.
Smack.