sabato 2 dicembre 2017

Tesi: L'amore fa schifo.




Per dimostrare una tesi servono elementi più o meno circostanziali, o meglio, delle prove certe ed inconfutabili.
Cosa che in questo momento non sono nelle mani di chi scrive.
Quindi se partiamo dal presupposto che un ragionamento mentale possa essere considerato una prova, allora, forse, siamo a cavallo.

L'amore è fondamentalmente una diffusione incontrollata nel nostro corpo di un'ormone meglio noto come "endorfina".
Lei, sta molecola, sto coso, dopo aver visto qualcosa, fa come la pallina impazzita che trovavi nelle patatine quando avevi circa 4/5/6/7 anni.

La pallina impazzita prende il controllo.
Più cerchi di gestire il modo in cui rimbalza dentro di te e più capisci che stai letteralmente infoiato come la merda (oggi l'educazione non è di serie).

Il punto è che le endorfine chiamano in noi dei comportamenti decisamente sbagliati.
Uno più dell'altro.
Diventiamo curiosi e golosi di una persona.
Più che golosi, prossimi alla consapevole indigestione.
Passate il termine brutto ma utile per spiegare, diventiamo bulimici di una persona.
La vogliamo tutta, sempre, sempre di più.
E non ci basta mai.
Diventa frenetico, diventa troppo, un dolcissimo troppo.
Si vomiterebbe solo per avere lo stomaco vuoto e poter ricominciare.
Come facevano i senatori romani ai meravigliosi tempi della Roma antica.

Vorremmo bruciare le tappe e il tempo.
Vorremmo che fosse già tutto pieno, tutto intimo,
Che nostra nonna lo prendesse già per il culo.
Che la vicina lo salutasse con affetto.
Quella sensazione di "duo".
Tu non ti vedi senza, gli altri pensano che tu nemmeno esistessi prima di lui.
Quattro passi, quattro occhi, mille bottiglie di vino, centomila film, ore sul divano.
Una persona che diventa letteralmente "casa".

Può una persona davvero diventare casa?
Interroghiamoci.

Il punto? Se è destino, tutto gira bene.
Gira bene a lungo o per sempre.

Ma diciamocelo con franchezza.
Chi vogliamo prendere per il culo?
L'illusione dell'amore perfetto non esiste.
Non me la vendete manco gratis.
La vita che c'era prima non si cancella.
Fin quando ci sono ombre non si scende dallo scivolo, si resta incastrati a metà strada.

Ora, visto che non siamo davanti ad un blog cattivo, prendiamo il lato buono.
Crediamo nelle favole.
Come dice Vasco.
Ma anni prima Masini diceva che non esistono, lui era più convinto sui miracoli.
Tutti e due hanno sicuramente qualcosa da raccontare.
Divagazione inutile.

Prendiamo il buono.
Funziona, meglio, funzionissima.
Ok, buon viaggio.
Casa, viaggi, liti, sesso, amore, bambini, mutuo.


Solo che, scusate la digressione, Max Gazzè insegna che il 99% delle volte Amore si sbaglia. 
E se ci pensate è vero perchè alla fine la storia buona è una.
E le persone da "one shot one kill" risalgono ai tempi dell'invasione degli Americani in Sicilia.

Quindi ecco, le endorfine pompano durissimo.
Si lasciano andare per due occhi azzurri, un sorriso bianco come le lenzuola stese e lavate sulle terrazze della Roma povera ma onesta e sincera. Le terrazze della Garbatella. Quelle con i cortili dove si vedeva la tv tutti insieme.
Chi scrive non c'era, ma ne sente comunque la malinconia.
Come? Boh.
La semplicità, ad oggi, porca vacca manca a tutti, su tutto.

Ecco che quindi loro, ste endorfine, si diramano in ogni dove nel nostro corpo.
E non esiste modo di fermarle, di farle ragionare.
Non si tengono.
Forrest Gump con la scatola di cioccolatini davanti.

Solo che non siamo così bestie.
Non possono essere solo due occhi.
Non solo un sorriso, un seno, un bel sedere, gli addominali o, che ne so, il modo in cui i capelli lisci si mettono naturalmente dietro l'orecchio destro.
Non è solo quello.
Il resto lo scopri e tutto diventa ancora peggio di prima.
Ti piace come parla.
Ti piace quello che dice.
Ti piace il modo in cui ragiona (allarme fotonico in questo caso).
Ti piace come si comporta con gli altri.
Il suo modo di non stare esattamente al centro dell'attenzione restando nel gruppo.
La sua presenza ti racconta il senso che per te prendono le giornate.
Correre (scusate lo slang) pare diverso.
Corri uguale, ma non è uguale.
Leggi, guardi la tv, ti fissi sulle canzoni, fai la spesa, senti caldo, senti freddo, tossisci, prendi la febbre, ti allacci le scarpe e le lanci la sera stanco morto.
Il divano, l'armadio, il tram, il biglietto del tram.
Ecco, l'acqua, sì, l'acqua, non è acqua, è una parentesi.
Tutto è una gigantesca parentesi.
Una noiosa parentesi da quando hai fatto qualcosa con lui, lei, a quando tornerai a farla.
Diventi scemo.
Esempi; gelosia paranoide.
Ti incazzi col bicchiere perchè il bordo sembrava ricambiare le sue labbra.
Cioè, ma stiamo scherzando cazzo?
Ti spacco contro il primo muro.
Muto, fai il bicchiere.

Insomma va così.
Però.
Finisce.
Colpa tua? Colpa sua?
Senza colpa! Si è esaurito da solo.
Ha fatto il suo corso.
Le endorfine vanno a fare in culo da dove sono arrivate e la polvere di stelle torna nel libro delle favole.
Ti resta solo la carta igienica per pulire il tuo giorno di merda, e quello dopo ancora.

Ma il peggio non sta nelle coliche al fegato.
Nei pensieri molesti e nelle evidenti mancanze che si manifestano in comportamenti ingiustificati.
Tipo?
Odi tutti ma non è vero.
È solo il riflesso, o contrappasso, di tutto quel bene che porti dentro e che non sai a chi dare, verso chi cazzo indirizzare.
"Ti voglio bene", l'hai mai detto?
Ma quando mai! 
Invece come la merda si impadronisce della tua vita, vorresti dirlo a tutti, solo perchè cerchi qualcuno che, con estrema sincerità, conoscendoti bene, ti mandi a fare in culo.
Vuoi essere odiato. Non voluto bene.
Non vuoi il bene di tutti.
È quello di una unica persona che cerchi. Gli altri sono solo pugni in bocca.

Meno male che si avvicina Natale.

Ed ecco che però il peggio deve ancora venire.
Perchè se poi comunque risorgi.
E alla fine ce la fai. Tutti ce la fanno.
Non te la raccontare che tu e lei eravate speciali.
Lei è già allegramente tornata sui passi.
Alè.
Quindi ciò che ti rimane dopo che le endorfine sono tornate al loro posto, sono quelle sensazioni di vicinanza rispetto a tutto quello che riempiva il vostro tempo insieme.

La merda vera è quando questo tempo o il modo in cui lo passavate non è stato frutto di un patto tipo: un giorno questo (che io amo, ma tu no) un giorno quello (che tu ami, ma io no), ma quando l'unione viscerale è nata proprio dal bacio in bocca con la lingua che le passioni singolari si sono date incontrandosi.

Tu amerai i film.
Tu amerai per sempre leggere libri.
Parlare di entrambi, cercare di capire cosa ci sia dentro e dove, come, quando tutto questo ti ha emozionato e ti emozionerà per sempre.
Lei amerà i film.
Lei amerà i libri.

Quindi, prima che le endorfine facessero il loro maledetto lavoro sbagliato eravate fondamentalmente due persone potenzialmente infinite.
Amici splendidi e infiniti.
Invece le endorfine.
Invece Amore.

Quindi endorfine uguale o vita o morte.
Endorfine e amore sono come un avvisaglia.
Sono come il canto del gallo per Giuda.
Ti avvisano che tutto quello che comincia oggi, finisce male.

Quindi prendi tutto e perdi tutto.
Quando si dice tutto, si intende tutto.
Il privilegio della rottura di coglioni da ciclo, al lusso di un sorriso prima di andare a dormire.

Vinci solo il senso di vuoto.

Ora, sono davanti a voi con il libretto universitario.
Mi serve un voto e un timbro.

domenica 19 novembre 2017

Piedi freddi, cuore caldo.



Il freddo fa cagare.
L'aria fredda dell'inverno.
La punta del naso gelato.
I polpastrelli sotto i guanti che non sembrano mai scaldare abbastanza.
Non funzionano.
Quando piove? Peggio.
Umido, diventa tutto, appunto, umido.
La cosa peggiore dopo essere zuppi, è essere umidi.
Anzi, essere bagnati dalla testa ai piedi, in fondo, non è poi così male, se circostanziato.
Avere l'umido addosso fa tremendamente schifo, sempre.
Senza appello. 
Vaffanculo umido.
Quando poi la temperatura scende, l'umidità è il paradiso della schifezza.


Scaldi le mani ma non cambia niente.
Stringi le dita nei pugni.
Le raccogli nella speranza che il tuo corpo sia in grado di dare una mano.
Le mani che danno una mano. (Va bè).
Fai il geyser con la bocca, ma non ci stanno santi in paradiso per i bisognosi di calore alle mani.
Figuriamoci ai piedi.
Le dita svaniscono nel nulla.
Senti solo la pozzetta.
Avverti il fatto che stai camminando solo perchè le cose intorno si avvicinano, o allontanano.
Di sicuro non perchè le dita incontrano amorevolmente il pavimento.
Le dita sono rimaste sull'uscio.
Almeno quello è l'ultimo momento che lei hai sentite.
"Io qui fuori non ci metto manco il naso". Aveva detto l'alluce.
Non c'hai creduto.
Gradasso, eri, davanti a quella minaccia.
Adesso conti i secondi che ti separano dal suono di accensione dei termosifoni.
Sogni quella specie di dolore che si crea tra l'incontro gelato della tua carne e bollente dei termosifoni.

Ma no, questo post non vuole essere così banale.
Questo post parte da questo tema per affrontare una piaga ancora più grande dei piedi gelati.
Bensì: il problema dei piedi gelati delle donne.
Meglio.
Il momento in cui una donna con i piedi gelati chiede conforto al proprio uomo.
Meglio ancora: il momento tragico in cui i piedi gelati di una donna chiedono asilo e conforto tra le mani o le gambe del proprio uomo.
Che, ovviamente, o era a casa a poltrire, o aveva 12 strati di lana per evitare, saggiamente, l'effetto gelo misto umidità.

Il momento in cui più di ogni altro la donna sa di poter contare sul proprio maschione.
Il momento in cui un uomo sa che fallirà le aspettative, sgusciando nei meandri del divano o rifugiandosi nel punto mediamente più freddo del letto. Cercando, invano ed in maniera infame, di sfangarla.

Lei, che ha fatto un gomitolo col proprio corpo, allungando solo le gambe, dalle ginocchia in poi, alla ricerca di conforto, di un punto stabile di riferimento, alla ricerca di qualcosa che dia una risposta importante alla domanda che si fa ogni volta che lui si mette sul divano il sabato sera per abbandonarlo solo dopo 24 ore, in concomitanza quindi con la 23esima,34esima 107esima giornata di campionato, appunto alla domanda: spiegami perchè cazzo sto con questo qui?
Ecco: perchè mi scalda i piedi è una risposta che segna un momento importante, perchè (forse) può diramarsi nei meandri del cervello femminile, legandosi alla voce "presenza".
Riscaldare i piedi può diventare: ecco lui, alla fine c'è.

Quindi ecco, i piedi congelati di una donna, dovuto alla scarpa bellissima col tacco ma del tutto sfacciatamente incurante della temperatura, sono una prova.
Una prova d'amore.
Uno dei milleesettencento momenti che una donna prende in considerazione, al momento di dover rinfacciare qualcosa.

Sì, i piedi freddi sono il simbolo di una presenza costante, davanti ad un momento di deciso bisogno.
Una donna campa il diritto fondato di portare scarpe leggere, fingere di stare bene per tutta la sera anche davanti al viola della cancrena, e poi, piantare entrambi i palmi dei piedi addosso al corpo del proprio uomo.
Il fondamento della coppia moderna si basa su questo sacrificio.
L'uomo saggio che ha fatto del doppio calzino la propria sanità mentale, la propria forma di indipendenza dalla pausa nel bar, dalla ricerca delle griglie sopra il passaggio del vagone della metro, beneficiando per qualche attimo di un minimo ristoro. 
Il triplo calzino è un atto per non sembrare fashion ma semplicemente sveglio, torna del tutto inutile per risolvere l'impellente congelamento dei piedi della propria consorte.

La premessa è la solita battaglia di nervi.
Audace la donna rientra lamentandosi.
Quello è solo il preambolo.
L'avvertimento verbale. Come la luce che gira sopra la volante della polizia.
Il suono dell'ambulanza.
Fiutiamo qualcosa che arriva da lontano, senza capirne effettivamente la provenienza.

Lei, la tua bellissima fidanzata, immensamente coordinata nei colori e negli abiti, fino a sette secondi fa, si presenta al tuo cospetto con circa 19 strati, ultimo dei quali un tutone di tua proprietà in pile. Solitamente grigio.
Forse era quello che usavi per gli allenamenti di calcio, durante l'inverno.
Quando eri tanto bello e forte dentro da permetterti tre allenamenti a settimana e la partita la domenica mattina.

Di suo, lei, ora porta solo un cerchietto. Con il quale raccoglie i capelli tenuti in piedi anche da un paio di mollettoni o mollettine.
Il sopra del tutone è un maglione infiltrito, sempre tuo.
Non lo hai mai buttato perchè ti ricorda l'università.
Ora è suo. Tu lo ami, quel maglione ti ricorda la qualunque: le corse per essere in orario a lezione, le rincorse in vespa, i limoni al cinema, la vacanza in Norvegia e quella volta che in tenda vi siete congelati fin quando non è uscito il sole, e per magia la tenda è diventata un forno.
Ecco, ora, lei, semplicemente, prende e usa il tuo monumento per dormire.
Ma tu sei un romantico.
Hai sempre creduto che lei se lo sia meritato.
Che quel maglione era già suo ancor prima di incontrarla quella sera.
Ci sei solo rimasto male quando quella volta ti ha detto "amore, ma sto maglione diamolo a quelli della Caritas no?".
Un colpo sordo ti ha colpito al fegato, dandoti solo la forza di un mugugno.
"Va bè ci pensiamo", ha detto.

Lei tiene in mano una tazza di tea.
Si scalda le mani con quel calore e soffia contro quell'acqua bollente con due speranze:
che di rimbalzo il calore le arrivi sul viso
che si raffreddi velocissimamente per mandare quel calore nella pancia.

Ma il suo lamentarsi e fare "brrrrr" vicino a te, è inquietante.
E tu senti che il momento si avvicina.
Il tuo posto è caldo.
Hai lavorato tutto il pomeriggio per quel nido.
Senza muoverti mai.
La conca sul velluto è una piscina termale che bolle.
Lei lo sente.
Infatti.
Spinge col suo sedere verso di te.
Si fa spazio con colpetti teneri.
La sua pelle cerca il caldo della tua.
Così come l'acqua si dirama sulle superfici quando trova bollicine sparse, lei, si fa strada.
Con il suo gelo.

Il suo corpo è più freddo e lo senti.
Si sente.
È come quando sei in un bar vicino al banco dei gelati.
Cacchio se ti appoggi quando respiri si vede la condensa.

Lei soffia sulla tazza, fa brrrr, e spinge mezzo millimetro alla volta.
Si avvicina, soffia e fa brrrr.
Fa brrrrr, soffia e si avvicina.
Sempre di più.

Provi a salvare la barca:
"Amore vuoi un pezzo di copertina".
Tu lo sai che è corta, porca miseria.
Avevi suggerito di comprare quella più grande.
Lei aveva detto "prendiamone due più piccole".
L'altra è in camera da letto, perchè lei se la porta sempre dietro e la lascia comunque vicino al suo cuscino, accanto al piumone, dove contrariamente a quanto si possa pensare, la copertina non serve ad un bel niente.

"Sì, grazie, amore, sto morendo".
il tepore che avevi costruito, perde consistenza.
Il lavoro è da rifare.
Con lei congelata, ancora più arduo.

Ovviamente non basta.
Il maledetto tea non fa il suo benedetto lavoro.
Perchè per non bruciarsi le labbra, lei, ha aspettato troppo.
Era tiepido.
Nello stomaco il tiepido, col freddo, non aiuta un cazzo.
Porcamiseria.

"Oddio perchè non mi scaldo".
Fa brrrr, non soffia perchè il tea è andato, e lo insulta pure, il tea.
"Sto coso non funziona".
Povero tea.

"Amore ti avvicini un attimo".
Non rispondi.
Adempi al dovere.
il suo corpo temperatura 3 bacia il tuo, temperatura 22.
In un attimo è media matematica: 12,5.
Per lei un sollievo.
Per te, il feretro.

Non dici niente.
Sei un buono.
Sei un uomo.

"Oddio...." dice lei.
"Che...?" dici tu, ma sai già.
"I piedi...Non me li sento".

Provi a salvarti: "Hai messo i calzini pesanti?"
"Sì certo, ma non si scaldano".

Nemmeno è arrivata alla "e" di "certo" che con un occhio guarda te, con l'altro ha puntato il buco delle tue gambe. Quello esattamente sotto i testicoli.
il punto più caldo del mondo.
Il deserto, l' equatore, la salvezza.
La sua rinascita.
La tua fine.

"Mi fai scaldare un pochino?"
Dice lei senza specificare.
Tu potresti tranquillamente dire "scusa ma fino a 'mo (che sarebbe "ora" in romanesco) che hai fatto?"
Ma le sue gambe sono già in movimento.
Non era una domanda.
Non c'è tempo di decidere se essere uomini o meno.
Non c'è tempo di riflettere se litigare per una stupidaggine.
Non c'è appello.

Tu sorridi, uomo, sorridi stringendo i denti, accogliendo due polaretti con le unghie smaltate in un punto di massima sensibilità del tuo corpo.
L'escursione termica è semplicemente devastante.
Fondamentalmente capisci quanto stava sentendo freddo, perchè quella temperatura è un pugno secco che arriva alla bocca dello stomaco.
In un secondo, il suo freddo ha:
rinsecchito i tuoi testicoli a livello seme di ciliegia
raggruppato l'intestino nello stomaco, lo stomaco nei polmoni, i polmoni nella gola, la gola in un rantolo solenne che abbandona la bocca e si disperde nel salotto.
"Esagerato" dice lei ridendo, dopo che il suo fendente ha già infierito e in un colpo ha affondato anche la porta aerei.
Lo sa che ti ha fatto male.
Ma sei maschio, sei uomo.
Semplicemente, glielo devi.
Non per qualcosa in particolare, semplicemente per un sano credito di natura.

Però, vaffanculo, trovi il tuo orgoglio in questi secondi di dolore termico.
Pensi che la ami, che quel momento sul divano e quel sorriso resteranno per sempre.
Perchè ami quei piedini, ami tutto ciò che è controverso in lei.
Ami che lei, dopo aver chiesto di portare il maglione alla Caritas, lo abbia poi rattoppato nei gomiti coprendo due buchini.
L'ha fatto suo.
Ami qualcosa che non sai, che era uscita per comprarti una cosa, anche se faceva freddo.
La vedrai la settimana prossima, alla festa a sorpresa che sta organizzando.
Ami che si senta davvero libera di mettere quel cerchietto e mille mollettine, perchè per te è sempre davvero bella.
il colpo di culo più grosso della tua vita.
Lei, così, la vedi solo tu.
E quando soffia sulla tazza è tenerissima perchè gonfia tutte le guance e sembra una bambina piccola piccola.
Quando fa brrrrr esci di testa perchè immagini che lo farà anche la vostra bambina, magari, un giorno, nello stesso identico modo.

Quindi cacchio, a forza di pensare queste cose il freddo ti è passato.
E questa domenica che, in fondo, non ha offerto nulla, è davvero un gran bella giornata.
Solo tu, lei, voi due, una copertina mezza corta che guardate la tv.


"Amore?"
"Dimmi" dici tu al miele.
"Guardiamo le repliche di X Factor?".


Niente, non c'è proprio un cazzo da fare.

venerdì 10 novembre 2017

Emy Winehouse, vino rosso.



Mi addormentai svenendo sul cuscino.
Cedendo al dondolare (inesistente) del mio letto.
Evitando di notare che il soffitto in realtà fermo, girasse come i meteoriti sugli anelli di Saturno.

Così salutavo la fine della prima sbronza della mia vita.

Non ero neanche maggiorenne.
Ci vollero non più di qualche birra.
Il giorno dopo mi svegliai come se non fosse successo praticamente niente.


Oggi.
Se disgraziatamente mischio un bicchiere di rosso e di bianco, mi ritrovo a sentire lo stomaco che gira come la centrifuga della lavatrice.
Se, davvero sbadatamente, decido poi, di mischiare una birra da aperitivo con un super alcolico, faccio prima ad andare al Gemelli (famoso ospedale di Roma) per farmi fare una lavanda gastrica, prima di rimettermi a letto.

Se sopravvivo ai languori delle bibite e metto la testa sul cuscino lasciando che la stanchezza vinca sull' alcol, ecco, il giorno dopo mi sveglio con due teste e sei occhi.
Vedo tutto come le mosche (che hanno notoriamente 6 milioni di piccoli occhi), sento tutto anche il ronzio di un' ape in Sud Africa.
Non parliamo della luce. Nemmeno il signor Dracula la teme fino a quel punto.
E poi fischia, sì, fischia tutto.
La sensazione amichevole della sciarpa di pile che dal palato si dirama per tutta la bocca.
Un batuffolo di lana tra i denti.
Una sete di sola acqua disarmante.
Bere aiuta ma non aiuta, perchè alimenta il languore.
Allora pane, fette biscottate, un toast, due toast, tutti i toasts nella plastica.
"Asciuga, ti prego asciuga", nemmeno avesse perso acqua la lavatrice in cucina.
Aspirina.
Pasta.
Soluzioni saline.
Implori e preghi che passi in fretta cercando di ricordarti due cose:
perchè sei finito così, di nuovo.
E che non hai più quei fantastici 17-18-19-20-23 anni.

Il tuo stomaco non è più lo stesso.
I tuoi reni, non sono più gli stessi.
Tu, non sei più quello di prima.

Solo che queste sbronze sconsiderate ti portano indietro nel tempo.
A quando vedevi quelli più "grandi" di te.
Avevi nemmeno 18 anni.
Ne avevi 15, 16 e osservavi quelli di 18, da poco patentati.
Ed erano un pochino grandi.
La macchina era la protuberanza della loro grandezza, rispetto al tuo figurino.
Osservavi quelli di 23, 24, quelli prossimi ai 30 anni.
E pensavi che quelli erano andati, che quei giovanotti avevano fatto il loro tempo.
Che quella era l'età del limite ultimo, della responsabilità.
30 anni, l'età della ragione.
Il luna park chiude.

Pensavi veramente che quella specie di giovani vecchi erano solo degli illusi.
Li ascoltavi dire "va bè 30 anni mica sei vecchio".
"Col cazzo" pensavi senza dirlo.
Tenevi il segreto, la giovinezza e l'irriverenza per te.
"Finiti" ecco cosa pensavi.
"L'ultima spiaggia", questo attribuivi alle loro sciocche (secondo te) scorribande del sabato sera.
Pensavi che loro non sapessero cosa gli stava accadendo.
Pensavi che non saresti mai voluto arrivare lì.
Pensavi che non saresti mai voluto arrivarci come loro.
In realtà il tuo senso di invincibilità ti faceva pensare che a te, quel destino naturale, non sarebbe toccato.
Tu saresti rimasto così. saresti andato oltre il tempo.
Tu saresti stato fuori dal cerchio della vita.
Un Peter Pan.

Solo che una volta che il sole è sorto sull'isola che non c'è, ti sei svegliato veramente.
Il tuo senso di invincibilità ha lasciato spazio al naturale processo di adattamento.
Ti sei arreso al fatto che anche tu sei diventato come quelli che osservavi con cura.

Quindi adesso tu sei quello che guardano i "millennial".
Quelli che tu chiami ragazzini.
Quelli che giudichi come se fossi così pieno di esperienza.

E se prima vedevi loro dall'altra parte prossimi alla tomba,
adesso
che sei dall'altra parte
provi uno strana sensazione, quasi come se fossi nel posto sbagliato.
Il cinema è giusto, la sala no.

I giovanissimi ti guardano, lo sai.
E più che giudicarli ti viene in mente quello che tu pensavi degli altri quando avevi la loro età.
Di quello che pensavi di uno che potresti essere tu.
E non puoi che arrivare a due conclusioni:
la prima è che in fondo, ok, il tempo è passato, e ci sta.
La seconda è che non è così male come credevi.
E ragioni sul fatto che magari questa consapevolezza di te stesso ti fa essere diverso.
Diverso da quelli che guardavi quando eri piccolo.
Sei attento a non cedere del tutto.
A stare in forma.
A giocare.
A continuare a giocare.
A prenderti sul serio, ma poi non così tanto.
A fare le boccacce allo specchio.
A credere che esistano delle cose che in realtà non ci sono per davvero.
Che nonostante tutto, forse, il miracolo che non invecchierai mai, e che resterai intorno ai 30, diciamo 35, potrebbe forse verificarsi.
O che puoi avere un corpo che dice 35 ma lavorare per una mente che dice "quando voglio 25 quando voglio 40".

Il punto vero è che alla fine fai un gioco strano.
Inizi a guardare quelli di 45? 50 anni?
Forse per sentirti più giovane?
Forse per capire come vorresti o come non vorresti essere, quando sarà?

Occhi che guardano altri occhi.
Ed il punto vero è che se quando hai 35 anni, tornando a quando ne avevi 23, 24 ti vedi davvero ancora (cazzo) piccolo, non innocente, ma con un culo ancora enorme da farti; quando ne avrai 45,50, cosa penserai di quel te di 35?
Soprattutto perchè quando hai 35 pensi di essere una persona matura.

Alla fine è tutto parte del processo.
Vedersi crescere.
Capirsi durante la corsa.
Conoscere noi stessi, fino a diventare il nostro migliore e peggiore amico.
Fare pace con tante cose, anche se stessi a volte.  
Con lo specchio.
O con il fiato corto.
Con il mal di schiena.
Con le rinunce.
Con i compromessi.
Con le ingiustizie sceme e quelle serie.
Con la retorica.
Con la messa in tv della domenica.
Con i sorrisi di cortesia, le frasi di cortesia.
Con le aspettative tue. Quelle degli altri su di te. Quelle tue su gli altri.
Con le delusioni.
Con la bile da delusioni. Le veglie da delusione. Le lacrime da delusione. Gli anni da delusione. La delusione da scoperta. La delusione da sorpresa. La delusione da conferma (la peggiore in assoluto). La auto delusione (forse anche peggiore di quella prima).
Con il fatto che la felicità è uno stato momentaneo.
Con il fatto che momentaneo significa che potrebbe durare pochissimo.
Con il fatto che proprio perchè momentanea e volubile,la felicità, è cosa rara.
Con il fatto che ogni cosa rara andrebbe cercata e perseguita. Aiutata ed alimentata per renderla durevole.
Con il fatto che si nasce da soli, ma che ci si può inventare qualcosa per non morire, da soli.
Con il fatto che i "cinepanettoni" vendono e ci saranno per sempre.
Con il fatto che le squadre forti nel mondo sono sempre quelle cinque sei.
Che nel tennis ci sono due fenomeni che si scontrano per epoca.
Con il fatto che, purtroppo, se non dai, il più delle volte non ricevi.
Con il fatto che "sbagliando si impara" è vero, ma se sei cocciuto (forse sciocco) sbagli e basta.
Con la stanchezza del venerdì.
Con la pigrizia (che è la cosa più bella del mondo).
Con la ciclicità del gusto, della moda, di tutto, che salvo rarissime eccezioni, si ripete.
Con tutto quello che ti fa sentire distante dal momento storico in cui ti trovi.
Con quello che consideri eccessivo.
Con quello che consideri riduttivo.
Fai pace con quello che pensavi degli altri, con quello che pensi ora di te, volendoti bene, perchè in fondo (forse) te la stai cavando bene, e fin quando pensi che puoi fare di meglio allora vuol dire che non hai proprio la tua età.

Perchè ti chiedi quel qualcosa di più.
Senza arrenderti, sotto nessun punto di vista.
E ti ricordi che allora era quello che pensavi, quando vedevi quelli più grandi,
semplicemente che avresti voluto continuare a chiederti di più.

Un chilometro in più, un bacio in più.
Senza strafare, magari senza farlo davvero (a parte i baci), ma tenero il tuo spirito vivo.
Perchè quello lì, lo spirito, non ha davvero alcuna età.

mercoledì 1 novembre 2017

Stranger but a bit less.



In questa foto tutti i protagonisti di Stranger Things. Sono tutti fighissimi. Ma uno li batte tutti.

Ma questa non è la cosa più importante di una delle serie più azzeccate di sempre, diciamo che è solo un risultato complementare, mai scontato, quindi eccezionale.
Questi giovanotti si mettono di diritto insieme alla gang di " The Gonnies" e insieme a loro diventano, sostituiscono o incorporano il concetto di avventura fantastica nelle fantasie di milioni di persone.


In fondo poco conta che "Stranger Things" sia un mischione di quello che il cinema americano aveva propinato in tutto il mondo tra anni '80 e primi '90, poco importa se questa serie mischia l'incredibile riuscendo a tenere il mondo incollato davanti ad uno schermo, e fondamentalmente, distruggendo (anche grazie al format Netflix) il concetto di "attesa per la puntata successiva".

La cosa che sembra veramente particolare è il fatto che nonostante in questa serie si veda tutto quello che fa parte della cultura americana, sembra appartenere ad ognuno di noi.
Forse il frutto di una serie di cambiamenti che hanno coinvolto il mondo intero; giusto ieri sera si festeggiava Halloween ovunque, anche dove fondamentalmente questo tipo di festività può essere vissuta in ogni modo ma non come un momento di aggregazione festosa. Eppure, sembrava anche "tua" in un certo modo.

Il senso di appartenenza a questa serie ha radici molto profonde nella cultura indotta dal cinema.
Frase importante direi.
Così come i libri un tempo costruivano la cultura, da tempo i film, le storie viste sul grande schermo, fanno la medesima cosa.
Guardare gli stessi film, quelli importanti come quelli del tutto dementi, crea una cultura condivisa, un senso comune, meglio emozioni comuni.
Tutti piangiamo e ci spaventiamo davanti allo stesso film, poco conta che sia prodotto in America o in Italia, basta vederlo e provare un'emozione.
L'emozione è il legame culturale condiviso.
Non più una cultura cinematografica, ma una cultura dell'emozione.
Provare un'emozione per la stessa cosa, anche se non vissuta insieme, inequivocabilmente ci fa sentire vicini, simile, ci lega, ci educa in un certo modo a considerarci davvero non diversi. Una volta per tutte.
Perchè abbiamo amato o odiato la stessa cosa.

Ecco quindi che aver visto film come E.T, The Gonnies, o Alien, da dove questa serie ha semplicemente preso a mani basse, ci mette tutti sul medesimo piano culturale;
è come se tutti avessimo già una base comune per osservare questa nuova serie ed emozionarci, perchè tutti lo abbiamo già fatto, a suo tempo, per i film citati prima.
Vedere Stranger Things è come vedere qualcosa che tutti già conosciamo senza ancora averlo mai visto.
I ragazzi perennemente in bicicletta, i mostri gelatinosi e tante altre cose sono costrutti già molto radicati nella nostra fantasia, quindi, nuovamente, vedere Stranger Things è come vedere come questi ragazzi che abbiamo lasciato circa venti anni fa sono cresciuti ma rimasti sempre gli stessi.
Li abbiamo amati perchè li conoscevamo già.
E se ci fosse, cosa non spero personalmente, una terza serie, probabilmente continueremo a seguirli, anche se già le avventure della seconda sono decisamente meno intriganti della prima.
Perchè?
Diciamo che il salto di qualità della serie stava tutto nella scoperta del mondo "sotto sopra", la genialità di un mondo oscuro "alla rovescia" è qualcosa che, oltre a non essere mai stato raccontato, è così assurdo da pensare che solo ascoltandolo da qualcuno gli avremmo dedicato gran parte, se non tutta, la nostra attenzione.
In questa seconda avventura, sono le introspezioni a farla da padrona.
Nove puntate di cui solo 3 fondamentalmente sviluppano la storia.
Le altre spiegano tutto quello lasciato in sospeso nella prima serie.
Non che sia male, anzi, ci dice che per costruire qualcosa, si ha sempre il bisogno (se si vuole fare bene) di pensare a tutta la vita di ogni personaggio.

In questa seconda grande avventura conoscendo già il sotto sopra, non ci sono grandi sorprese da scoprire o capire, solo il grande ritorno di qualcosa non del tutto chiuso.
Un mostro che vuole passare da un mondo ad un'altro non è poi questa grande idea, diciamocelo.
Purtroppo anche il legame tra il mostro e la creazione della Spia, vivono molto di un dejavu chiamato E.T., precisamente quando Elliot e l'amico venuto dallo spazio, diventano fondamentalmente un corpo solo.
Quando diventa però originale Stranger Things?
O meglio come?
Nel modo in cui esce dal problema.
Il linguaggio morse e fare addormentare il povero bambino per bloccare l'effetto spia resta davvero una bellissima soluzione.

Ci sono alcune domande che, molto schiettamente, possono essere fatte, tipo:
Scusate ma il poliziotto non poteva portare 11 subito davanti a quel cazzo di buco maledetto?
Eh in teoria sì.
Fondamentalmente tutto il casino si crea perchè il poliziotto continua a tenere nascosta 11 per otto puntate, dando a noi modo di scoprire tutto il personaggio, e una sorella Punk, ma di base lasciando che il mostro fotonico per poco non si mangi tutti.
Da un punto di vista della professionalià, il poliziotto, non mi è sembrato molto coerente.
Diciamo che sono dettagli.

Ammesso che questa serie è una di quelle in cui tutte le persone che amano la scrittura di cinema avrebbero amato, almeno, mettere una virgola sul copione, personalmente, avrei cambiato solo una cosa, il modo in cui 11 chiude il passaggio, o meglio, il modo in cui lei trova la forza per lasciare dentro il mostro.

Quello che distingue Jane (11) dalla sorella è esattamente il motivo per il quale 11 decide di tornare a casa. Lei sente una forte mancanza di affetto, amore che non ha mai veramente avuto intorno, se non dai suoi 4 amici e dal poliziotto che l'ha tenuta in salvo per lungo tempo.
La sorella Punk fa dell'odio, del senso di vendetta, il fuoco per entrare nella testa delle persone.
La sorella punk è senza anima, in qualche modo, cerca quelli che l'hanno trattata male e li uccide.
11 in questo, non riesce. Il bene che è in lei la tradisce nel momento di dimostrare che è proprio come la sorella.

11 davanti al passaggio ripensa ai consigli della sorella, quelli utili per spostare il vagone del treno. Cerca la forza dall'odio.
Sarebbe stato molto meglio se 11 in questo differisse completamente dalla sorella.
Che fallisse non riuscendo a spostare il vagone, lasciando in sospeso il perchè, deludendo loro e tutti noi, per poi scoprire, proprio davanti al passaggio, che è il bene, l'amore, il fuoco per raggruppare tutte le energie e chiudere i mostri fuori dal mondo vero.
Per poi allagare tutti con il sangue zampillante dai capillari distrutti del naso.

Ecco, se questo finale vi suona meglio di quello che avete visto, sappiate che è preso paro paro da Harry Potter, nella scena in cui combatte con Lord Voldemort e resta quasi schiacciato dal cattivone e dal flusso verde sparato dalla bacchetta magica.
Sono i pensieri dei genitori e degli amici, della nuova "famiglia" che aiutano Harry ad uscire dall' empasse e vincere la battaglia (non la guerra).
Se "copiano" gli sceneggiatori di Stranger Things possiamo farlo tutti.


Encomio e citazione d'obbligo per l'amore struggente tra Mike e 11.
Teneri e impacciati come un orsacchiotto e una giraffa di peluche che fanno sesso.
"I've never gave up on you" resta la frase d'amore più bella del mondo senza essere smielata e costruita.
In barba a tutti. Lui ci sperava. Ha vinto.


Insomma, ci è piaciuto?
Meglio la prima stagione, certamente. Ma sì.
Ma sfido ogni sedicenne a non avere un poster in camera di questi ragazzi.

lunedì 30 ottobre 2017

La filosofia delle patatine.



Affrontiamo l´impossibile argomento del giorno con la leggerezza tipica del lunedì.
Il tutto parte da un ricordo di infanzia del tutto personale.
O forse era la scena di un film.

Immaginate di essere in uno di quei laghetti artificiali.
Pesci come condannati a morte.
Insomma, siete in questo posto perché il proprietario, del tutto inspiegabilmente, interpreta anche il ruolo di pescivendolo.
Quando serve del pesce, tu vai e ordini i chilogrammi di cui hai bisogno.
Lui, molto semplicemente, pesca a strascico e te li serve dentro una busta enorme di plastica.

Mentre siete in questo posto e la pesca a strascico sta avendo luogo, i vostri amici (immaginate anche loro) contrattano per un prezzo migliore di quello proposto.
La contrattazione prende del tempo.
Quello necessario per vedere in diretta la fine della vita di un pesce passato dalla rete ad un secchio d´acciaio.

Quel pesce che fino a qualche secondo fa viveva la sua giornata, ignaro del suo sciagurato destino, adesso, letteralmente, boccheggia.
Lo osservate tra la pietà e la paura.
Il terrore di vedere qualcosa (qualcuno?) morire.
Il terrore che non siate in grado di prendere quel coso umido e rigettarlo da dove era stato preso.
Il terrore che possiate essere tanto schifosi.
Tanto cattivi.
Disumani.
O semplicemente umani che accettano la catena alimentare per quello che è: tu sei cibo.
Nella tua mente tutti questi pensieri vanno veloci ma nella realtà il tempo scorre con un fuso diverso.
L´aria scarseggia sempre di più per quel povero pesce.
La sua ribellione sta tutta nella coda.
Si agita, la usa come uno schiavista fa con la frusta.
Cerca una via d´uscita, meglio, una nuova entrata verso la vita.
Ma niente.
Tu guardi.
Lo guardi dritto nel solo occhio che riesci a vedere.
Un occhio che da lucido si fa opaco, ogni secondo di più.
Scotinzola, come può.
Le pinne battono.
Le branchie abbaiano.
Tu guardi.
Guardi e basta.
Mentre ti senti schifoso, triste e davanti a qualcosa di solito ma nuovo, ragioni sul fatto che fino a quel momento non eri mai stato vicino alla morte.
Mai quel momento, il trapasso, ti si era presentato con tanta sfacciataggine.
E che lui adesso non vede più quello che invece tu puoi.

È passato un secondo.
Meglio, è bastato un secondo.
Un tizio in India osservava l´orologio aspettando il figlio all´uscita dell´asilo.
Il pesce prima era vivo.

Ecco, se basta tanto poco per trapassare, allora forse conviene prenderne atto.
Ok, come faccio adesso ad uscire dal banale?
Ci vuole un triplo salto mortale carpiato difficoltà 8 con penalità zero.
E tergiverso.

Ogni secondo è prezioso? Dai?!
Ogni secondo dovrebbe esserci utile a capire che quello dopo potrebbe essere l´inizio di una cosa del tutto diversa da tutti quelli vissuti prima? Scrivo i testi per la rappresentante della Polonia alla prossima edizione di Miss Mondo?!

Quindi, proviamo a prendere le cose dalla prospettiva del pesce.
Ecco lui si stava facendo la sua nuotata, come tutti i giorni.
Non aveva dato fastidio a nessuno.
Programmava cose poco alla volta e niente di speciale.
Qualche pezzetto di cibo, una fuga giorno per giorno da qualche esca, una pensione senza troppi fronzoli, una pesciolina, qualche uova da fecondare, forse X Factor la sera, o le repliche di Suburra.
Ma niente di più.
Non era spaventato dalla routine.
Non temeva la noia della quotidianità.
Anzi, in fondo in fondo, ci sguazzava in quella semplicità.
Lui, al bar dei pesci, parlava solo se messo in mezzo, rideva quando gli altri, i ribelli, si lamentavano della noia, della schiavitù del laghetto.
Quando gli altri meditavano la fuga lungo il rivolo d´acqua, quello prossimo alle fognature, lui pinnava via.
Non era un cuor di leone, allo stesso tempo pensava che sarebbe stato sufficiente stare attento. Solo attento.

Allora forse tutto è un pochino così.
A pensarci bene.
Quando ti trovi in un posto e pensi di volere di più corri il rischio di finire nella fogna sbagliata, l´ambizione (senza alcuna offesa morale) a volte è come un transessuale che non hai saputo riconoscere, ma che scopri solo quando finisci a pancia sotto sul letto.
L´assenza di ambizione è come Beautiful; milioni di puntate con colpi di scena utili solo a rimandare le cose al giorno dopo, senza però mai davvero cambiare niente.
Ti godi il benessere della tranquillità che, comunque, alle 16 la tua puntata te la vedrai comunque.
La vita diventa una compagnia anziana.
Ti racconta le cose belle degli altri.

Allora cosa dobbiamo veramente essere.
Fin dove possiamo davvero spingerci.
Restare nel laghetto, sicuri di dover stare solo attenti e finire nel secchio d´acciaio
o
tentare la via del fiumiciattolo, magari scoprire che nel breve arco di sette metri si prosciuga e morire, ma avendo tentato?

Senza contare che la parola ambizione deve necessariamente essere contestualizzata o meglio spiegata come rischio/cambiamento, e non nel suo mero e becero utilizzo.

Una vita ambiziosa di base prevede qualcuno che nasce con poco o meno, peggio nulla e vuole qualcosa, una parte o tutto il mondo.
Iperbolicamente, una persona da sempre orientata alla crescita professionale corre un rischio decidendo che la sua ambizione è quella di dare tutte le sue attenzioni alla cura di qualcosa di tremendamente diverso, senza scopo di lucro e senza voler dirigere persone o cose.
Semplice: molla tutto per una donna.
Se ne trovate uno chiedetegli se si sta cacando sotto. 
Probabilmente lo capireste senza nemmeno chiedere.

Oddio mi sono perso.


Quindi ecco.
Se osservare da vicino qualcuno o qualcosa che muore spinge a vivere meglio sarebbe il caso di fare un giro in ospedale, parlare con qualcuno che combatte.
Ma la vera domanda è: perché serve osservare qualcuno che perde quello che abbiamo per dargli un valore del tutto diverso?

O meglio, come nella storia del pesce, la sua morte ci spinge a cercare il modo di morire, ma meglio? Intendo meglio di così?

O meglio, ma non dovremmo voler vivere una vita in cui non vorremmo veramente mai morire?

O meglio, detto becero, sticazzi di tutto, basta che me ne vado a fine corsa, cioé che pensi che quello che volevi fare l´hai fatto?

Boh, riscriverò questo mucchio di cazzate se e quando arriverò a 85 anni.
Quando non ci sarà più internet ma qualcosa per scrivere.
Probabilmente qualcuno leggerà un punto di vista più consapevole o maturo.
Credo. Ma spero di no.

martedì 24 ottobre 2017

Buongiorno?





Il più delle volte che si condivide un sogno parecchio strano che ci ha svegliato o che semplicemente ci ha accompagnato fino al suono della sveglia, le persone finiscono per chiederci cosa abbiamo mangiato la sera prima.

La stranezza del nostro libero pensiero e delle nostre pulsioni più profonde, se espresse in maniera inconscia, vengono associate alla pesantezza della parmigiana, del gelato perchè pieno di latte, alle patatine fritte, o di chissà cosa altro ancora.

Resta del tutto inesplorato ancora il secco collegamento tra stomaco e pensiero inconscio.
Tra la bocca della stomaco e quella dei nostri più intimi desideri, o delle più oscure paure.

Lo storico.
Un tizio di nome Freud, nel 1899, ma il suo pubblicista preferì mettere 1900 sulla copertina, si congratulava con se stesso ancor prima di scrivere il famoso libro perchè diceva che nessuno aveva ancora raggiunto la soluzione "ovvia" alla quale era da tempo arrivato lui.
Il sogno, dice Sigmund, rappresenta la realizzazione allucinatoria dei nostri desideri.
Eravamo già dei maledetti frustrati nel 1899.
Un ragazzo amava una tipa che si cagava uno più sveglio, più ricco, più bello, o semplicemente, gli piaceva questo perchè la faceva ridere; ed ecco che il nostro Ezio del 1899 tutte le notti si sognava di fare all'ammore con Rita (che poi non era manco tutta 'sta bellezza, a guardarla bene) e si svegliava alle cinque, prima del gallo, tutto sudato e pezzato nel basso ventre.
Poi disperato, come Masini, sprofondava nel cuscino perchè Rita non era lì accanto e perchè quelle erano l'ultimo paio di mutande rimasto. 
Non era andato alla fontana del paese per pulire le altre.
Pigro e sudicio, Ezio. Pessima combinazione.
Grazie che Rita non se lo filava.


Insomma Freud, che probabilmente si divertiva a fare il guardone e farsi raccontare tutte le faccende del paesotto, raccolse tutti i sogni della gente, o almeno di quelli che non si vergognavano di raccontarli, e disse a tutti: 
signori, tutto quello che ci rimane "qui" (immaginate il classico gesto con il quale si indica dove una cosa è rimasta non essendo mai stata fatta) esce durante i sogni, perchè siamo esseri capricciosi, siamo marmocchi, viviamo ancora come poppanti (che Freud definisce età preistorica, cioè quella neonatale) e in qualche modo dobbiamo soddisfare una nostra esigenza.
Quando non arriva quel sì o la cosa non si manifesta, ecco che nel sogno siamo come padroni di tutto, e tutto facciamo accadere.
Ah, grazie a Dio: uccidi il tuo capo, chi non ti ama ti adora, ma tipo al limite del diabete, diventi papà, diventi mamma, fai outing.
Freud dice che cerchiamo il senso di appagamento.
Ecco, probabilmente lui è rimasto nel sogno, perchè fin quando si tengono gli occhi chiusi godi alla grande, una volta sveglio ti girano le palle peggio di prima.
Va bè, dettagli, dice lui.

Anni dopo, parecchi anni dopo, se ne esce un tizio, bravo anche lui per carità, di nome Walter Bonime.
Diciamo che la mette un tantino sulla nostra natura di paraculi cronici.
Ecco, lui dice che il sogno è un modo in cui ognuno di noi si autoinganna per proteggere o rafforzare un modello di vita.
Possiamo dire, forse, che lui pensava che siamo tutti un pochino insicuri nel nostro piccolo, anche se facciamo finta del contrario.
Dirsi che tutto andrà bene allo specchio, non va bene adesso, figuriamoci 1000 e passa anni fa. Quindi sognare di essere King Kong fa bene a ricordarci che se vogliamo, alla fine possiamo.
Sognando siamo come il fratellone di noi stessi, ci diamo una pacca sulla spalla. 
Siamo il nostro motivatore.
Semplicemente siamo il nostro super ego, la nostra visione migliore di noi che ci sprona a diventare davvero così.
Un papà quasi in ginocchio ad un metro da suo figlio, che spalanca le braccia dicendo  "vieni amore, dai". In questo tenero quadretto familiare la mamma è dietro al cucciolo che dice "amore vai da papà".
Così giusto se volete sapere come era tutta la scena.
Sia mai.

Insomma, cosa spinge le dita a finire sulla tastiera per scrivere tutta 'sta manfrina e, soprattutto, voi cinque, a leggerla?
Di base perchè è l'associazione simbolica della parola sogno, tra notturno e diurno, che torna poco.

Usiamo sognare, o "sogno" non solo per spiegare i nostri meravigliosi voli pindarici notturni, ma anche per raccontare quella parte di noi stessi che vede qualcosa che non esiste, dandosela come traguardo, obbiettivo.
Quando qualcuno ce lo racconta, il suo sogno, si capisce dal fatto che non guarda la persona a cui sta parlando, ma osserva oltre la testa dell'ascoltatore.
in automatico raccontare un sogno che abbiamo in testa, porta a distaccarci da questo mondo, e fuggire in quel punto, invisibile a tutti, tranne a chi prova a spiegarlo.

Ora il punto vero è che se sogno si definisce come:
realizzazione allucinatoria dei desideri o
autoinganno

di che (scusate) cazzo stiamo veramente parlando?
In medicina le allucinazioni sono l'effetto o di intossicazione alimentare (vedi anche i funghi nel menù di Amsterdam) o di un evidente malessere del sistema nervoso.
Vogliamo anche provare a salvare la parola autoinganno?
La vogliamo scomporre? Che ne so?
Auto, tipo bella macchina, quindi può essere positiva?
L'inganno di una bella macchina?
Oh Gesù.
Inganno?
Nemmeno se fossi Umberto Eco riuscirei a trovare un lato positivo di questa parola.
E sono davvero tremendamente lontano da essere Umberto Eco.

Non che questo post sia un untore di negativismo cosmico.
Sembra più una richiesta di aiuto onestamente, rivolta a non si sa chi.
Perchè se spesso e volentieri, a noi umani, non resta che il sogno, per credere che tutto sia possibile, che la nostra vita fallibile abbia comunque uno scopo che prosegue oltre il terreno, che il bene prima o poi vincerà, che la politica tornerà ad essere pensiero, filosofia e bene pubblico, che i ciclisti torneranno a girare sulle bici senza doparsi, che anche Trump sotto a quel gatto addormentato che porta in testa ha un cervello capace di pensare cose utili a tutti, o comunque anche solo in grado di pensare, che il debito dei Paesi poveri prima o poi verrà azzerato, che un giorno anche l'iPhone sarà solo un giocattolo e non una fastidiosa estensione del nostro corpo e delle nostre abitudini (lui come tutti gli altri "smart phone), insomma che tutto il nero diventi bianco o almeno grigio chiaro, lo dobbiamo comunque solo e soltanto a questi voli pindarici. 
Di notte, di giorno, nel pisolino pomeridiano o mentre voliamo chissà dove, in quei momenti tutti nostri durante le riunioni, quelli in cui sembra che ci abbiano staccato l'audio, comunque è a quelli che dobbiamo aggrapparci, perchè è lì che sta la felicità (che bello parlare come le pubblicità delle merendine), altrimenti invece di aggrapparci finiamo per attaccarci a chissà cosa (l'avete pensato voi, io non l'ho scritto).

Quindi, da domani mattina, sveglia mezz'ora dopo.
Chissenefrega, spazio ai sogni.
Poi non sono veri? Pazienza. Se ci piace tanto quello che abbiamo provato, se mi sto autoingannando, o se sto in piena allucinazione non importa, starà a me sbattermi per trasformarli in realtà.
E poi ricominciare.




Ma veramente ho scritto tutta sta cosa perchè stanotte ho sognato di essere papà?
Sarà stata la frittata di cipolle. 
Sicuro.