giovedì 28 settembre 2017

La preghiera delle 18.



Da me a me volevo chiederti scusa.
Mi dispiace.
Giuro. 
Lo giuro davvero tanto. Tantissimo.
Dico sul serio. Cioé sono serio.

Scusami se ti fermo ogni sacrosanta volta.
Scusami se non riesco mai ad accontentarti.
Scusami se ti freno.
Se ti fustigo, in modo perpetuo.
Scusa se non ti assecondo.
Se non ho quella forza, quello slancio.
Quel fegato lí.
Scusa se uccido la tua voglia di vita. 
La voglia di mettere alla prova entrambi.
Oltre il viaggio, i chilometri, oltre i volti di persone che sogniamo insieme e che non vedremo mai per piú di tre settimane l´anno.
Perdonami se metto paletti, finte veritá, false necessitá.
Scusami se sei capitato incastrato in questa merda.
Ti chiedo di avere una infinita pazienza se sei nato tanto vivo e sei prigioniero dentro qualcosa, meglio qualcuno, meglio me, che ti ingabbia senza la minima apertura.
Perdona la mia superficialitá, la mia incapacitá di slegarmi da questo contesto dato, tanto odiato quanto sicuro, sciatto, sterile, privo di tutto quello che, alla fine, vale veramente.
Scusami ancora se davanti ad una cartina, una mappa digitale, io ti mostro il gelato, te lo faccio leccare, poi ti lascio senza, o almeno non te lo faccio mai gustare davvero.
Per una santa volta, tutto intero.
Scusa se ti faccio aspettare.
Scusa davvero ancora se condenso tutto quello che vorresti in 21 giorni su 365.
Sembri un cane che fa le feste quando saliamo su quel volo.
Sciolto, finalmente libero.
La bava alla bocca manco vedessi un osso gigante.
E scusa ancora di piú se ti rimetto il guinzaglio, dal 20esimo giorno, per riabituarti alle maniere usuali, vecchie.
Ció a cui siamo davvero abituati, da sempre.
Scusa se sono recidivo nei tuoi confronti.
Ma grazie perché non molli mai.
Ti sento scalciare come la mamma un feto impaziente.
Ti rigiri nella notte e smuovi tutto quello che trovi, fin quando non arrivi dritto al mio cuore, alla mia testa che comincia a sognare. Evade.
Sogna il piano. Qualcosa che bisognerebbe fare e rifare.
Strafare, cazzo sí, una volta nella vita.
Una. Volta. In questa sola vita che abbiamo.
Scusa se me la faccio addosso.
Scusa se ho paura di vedere quanto sarei piú felice.
Scusa se ho il terrore di scoprire che siamo piú noi stessi nella felicitá di un giorno normale, un giorno che vive di se stesso e di nessun altro obbiettivo futuro.
Costruire, sí, ma se stessi e basta.
in modo perpetuo.
Niente calcoli, niente drammi.
Una pozza di fango, un sorriso cariato, un ombrello bucato.
Scarpe sporche. Sporche sempre.
Sudato il piú delle volte.
Puzzolente di vita. Un fetore che mai dalla pelle si deve staccare.
Scusa se poi finiamo davanti alla tv.
Scusa se poi guardo solo fuori dal finestrone osservando quello squarcio di giardino.
Un angolo di verde delimitato da un muretto di mattoni marroni.
Quello che ci ricorda i palazzi di Londra, di Amsterdam.
Ci ricorda qualcosa, tutte le volte.
Scusa se ti porto sempre al bordo del burrone, con l´oceano davanti, senza scogli sotto.
E non mi tuffo mai.
Ti prego di capire che se ti scrivo queste cose é perché lo sento che strilli.
Un bimbo a cui é caduto il ciuccio.
Un neonato affamato senza il seno della mamma.
Ma ti prego, prova a sollevarti per il fatto che ti sento e che senta tutto questo come 
un torto infinito
un limite perenne.
Ti prego non darti mai per sconfitto.
Mai.
Pioverá dal cielo, un giorno, quell´acqua benedetta.
Un battesimo.
Lo so che l´attesa snerva, consuma e fa dimenticare.
Chi come noi, piú di noi, puó saperlo?
Posso prometterti che eviteró di pensare parole stronze come: 
responsabilitá
realtá
e soprattutto "sei troppo grande per fare questa cosa".
Lo so non é una parola, ma potrei anche dirla con una parola sola: illusione.
Sí, hai capito bene, illusione.
L´illusione che per fare determinate cose si debba avere un´etá precisa, specifica, oppure si é in ritardo, si é perso il giro, il treno, qualunque cosa.
E scusa ancora e ancora se la sola parola che mi viene in mente quando mi confronto con te, davanti allo specchio, come ora la sola parola con "are" che mi viene in mente, invece di tentare o piú umanamente rischiare, é fermare.
Bloccare l´immaginazione, lasciare al palo la fantasia, la fatica dietro a dei passi fatte con le scarpe da trekking, dietro un lavoro a ore fatto solo per pagare un posto dove dormire.
Un lavoro che serve solo a dare benzina alla macchina.
E invece di frenare, insieme, potremmo camminare, ascoltare, guardare, spaziare.
Cazzo: imparare.
Imparare un sacco.
Non ti arrabbiare, ma ci conosciamo da tanto e lo sai che per me, cambiare, non é proprio una cosa facile.
E prima di partire insieme, io e te, e prendere a viaggiare, c´é un percorso davvero piú difficile da portare a termine.
Quello in cui tu, passo passo, prendi per mano me, e mi insegni di nuovo a camminare.

mercoledì 6 settembre 2017

Vacchi o svacchi?



Esistono delle veritá assolute nella vita.
Una di quelle é che l´invidia é davvero una brutta cosa.

Questo post non é volto ad esaltare o crocifiggere il signore nella foto, ma semplicemente a rendere chiari alcuni concetti che si legano al successo crescente di questo sbandatissimo uomo di 50 anni.

La controversa storia legata alla sua ricchezza é nota a tutti.
La sua risposta ufficiale é sempre stata quella di vivere godendo dei benefici dovuti al fatto di essere azionista e membro del consiglio di amministrazione di una multinazionale.

Possiamo dire tranquillamente che questa persona vive di rendita.
Sí, possiamo e no, non possiamo additargli alcuna colpa, perché questo stile di vita é lecito e legale.

Il signor Vacchi é il simbolo del tempo che corre.
Persone che navigano nell´oro e che per tale ragione riescono a fare ancora piú soldi di quelli che giá hanno.
I social network sono lo strumento del suo ulteriore guadagno.
Vacchi interpreta senza paura di essere giudicato, in maniera sprezzante e arrogante, il ruolo di se stesso, agiato, felice, muscoloso, impegnato in tutto quello che non puó essere considerato un reale impegno.
Ed é probabilmente questo che lo rende un personaggio.
La sua ricchezza o, genialitá, sta esattamente in questo.
Cerchiamo di essere chiari e non del tutto sciocchi, il signor Vacchi conosce benissimo quanto i social network possono arrivare a fruttare, e lui, semplicemente, semina per poi raccogliere. Raccogliere con la pala.
Ne avrebbe bisogno? Probabilmente no.
Ma nella testa delle persone particolarmente abbienti aleggia un solo unico pensiero che si esprime con due semplici parole: di piú.
Questo di piú gli viene garantito dal fatto di fare tutto quello che piú gli piace:
uno stile di vita in cui il ritmo della frenesia quotidiana é scandito dagli orari dei charter che prende per dei paradisi con spiagge di corallo e dall´inizio della marea.
Segue il sole come le rondini, il signor Vacchi, e di questo, in tutta onestá, nessuno deve rompergli i coglioni.

Quel languore intestinale che suscita in ognuno di noi, non é giustificato tanto dal fatto che lui non dia il minimo segno di interesse per quello che realmente accade nel mondo, continuando a crogiolarsi nel suo, ma dal fatto che, magari, noi, con tutta quella ricchezza faremmo semplicemente altro.
Questo non ci rende tanto diversi da lui.
Questo non trascurabile pensiero, confuso o mascherato da buonismo, ci porta a giudicarlo in ogni modo possibile e immaginabile.
Un bambino mai cresciuto.
Un ritardato.
Un ricco sfondato e basta (dove "e basta" é l´insulto piú profondo che si possa utilizzare).

La veritá invece sta tutta da un´altra parte.
Vacchi fa quello che vuole.
Vacchi fa tutto quello che gli passa per la testa.
Che é la ricchezza piú grande che si possa avere nella vita.
E piú lui fa quello che gli piace fare, piú la gente continuerá a "seguirlo", giudicarlo e parlare di lui. Come in questo post.
Il circuito o meccanismo é semplice: il disprezzo (diciamo invidia) genera interesse, 
l´interesse genera conversazione, la conversazione soldi. Soldi a palate.

In un mondo non invidioso, dove navigare le onde della superficialitá e nutrirsi di effimero non possono considerarsi motore di interesse, Vacchi sarebbe solo una persona che cambia spiaggia una volta ogni due settimane senza avere nessun seguace intorno, e forse, anzi probabilmente, lui continuerebbe a vivere soltanto godendo dei benefici dovuti al fatto di essere azionista e parte del consiglio d´amministrazione di una multimilionaria multinazionale.

Segue ora una lista di cose che farei con tutti quei soldi:

Pagare qualcuno per organizzare un incontro privato con Barack Obama.
Scrivere un libro di merda e farlo pubblicare da una nota casa editrice (sotto pagamento, tanto dopo la Parodi che scrive e pubblica libri di cucina...)
Mandare in pensione i miei genitori (nel senso che li ricopro di soldi al punto da agevolarne il pensionamento)
Vendere casa dei miei genitori
Comprare una casa nuova ai miei genitori, dove vogliono loro.
Comprare una casa a mia sorella.
Comprare un cane a mia sorella.
Prenotare immediatamente un viaggio andata e ritorno nello spazio (due notti tre giorni)
Smettere di lavorare e tornare all´universitá per dedicarmi a tempo piena alla seconda e terza laurea: sociologia e psicologia.
Iniziare un corso di chitarra con insegnante Alex Britti.
Comprare immediatamente un quadro di un artista americano che vive in Spagna. Non ricordo il nome ma ricordo il quadro, era una sirena. 
Pagare una casa di produzione per farmi seguire tutta la produzione di un film. Tutta. Sperando che sia un colossal.
Comprare l´A.S Roma (ma non penso il budget sia abbastanza).
Decidere da un momento all´altro di partire per andare ovunque nel mondo e poi tornare, esempio: tra tre giorni a Varanasi inizia la color fest, ciao ci vediamo la prossima settimana.
Andare a vedere tutti i festival del cinema nel mondo.
Partecipare a tutti gli eventi sportivi piú importanti, esempio: finale champions league, finale US Open, finale di Wimbledon (che essendo solo su invito sarebbe una chicca disarmante), finale Roland Garros.
Vedere un gran premio insieme ai meccanici in tuta (anche se odio la F1).
Comprare un pizzico di coraggio da una zingara slovacca, in Slovacchia, e fare una cosa che qui non posso davvero scrivere.
Comprare un chiosco a Luca (il mio team partner) senza dirglielo, e vedere se quando dice "aprimo n´chiosco n´Brasile" e glielo metto sotto al naso, poi ci va veramente a sto chiosco.
Regalare le tette finte ad una mia amica che le chiede da tanto. Non a me ovviamente. Non si fanno nomi, non é elegante.

Ecco credo ce ne siano molte altre e onestamente é bello anche solo pensarle tutte queste possibilitá, anche se a farmi sognare cosí é stato uno che non penso di stimare tantissimo, peró se da qualcosa a cui non vogliamo bene esce qualcosa di bello o positivo, forse alla fine vuol dire che lui, come le mosche, serve comunque a qualcosa o qualcuno.



venerdì 1 settembre 2017

6-1 che spacca davvero, Andre.



Meglio di un bellissimo viaggio c´é solo scegliere un libro incredibilmente bello che ti faccia compagnia durante il percorso.

Sembra molto strano trovarsi a scrivere di un libro ormai giá tremendamente famoso, ammettendo pubblicamente di essere in netto ritardo rispetto alle tempistiche di uscita dei best sellers, ma in fondo, chissenefrega.

Sembra altrettanto strano ritrovarsi a scrivere per ringraziare un libro.
Dirgli pubblicamente "oh senti, cazzo, grazie".
"Grazie libro, grazie signor Agassi per averlo scritto (non da solo) in maniera tanto vividamente sincera e spregiudicata".

Grazie per averci portato, come seduti in una giostra, nei meandri piú segreti del tuo cervello tanto bello quando decisamente pieno di tutto quello che un campione non dovrebbe avere.
O almeno pieno di tutto quello che i non campioni pensano che un campione non dovrebbe mai avere.

Questo viaggio nella piú profonda intimitá di Agassi insegna diverse cose, una piú bella e vera dell´altra.

La prima, le persone talentuose che vincono in continuazione dominando la scena per anni, sono decisamente noiose.
La rivalitá che il libro porta alla luce, lunga e straziante, tra lui e Pete Sampras, sicuramente incorona il secondo come una macchina da guerra e trofei, ma senza dubbio anche come quello severamente meno completo o umano dei due.
Pete vince, Pete é sempre sul pezzo, sempre concentrato, sempre fottutamente numero uno. In cima a tutti.
Pete peró é noioso, non potrá mai scrivere di se stesso, raccontandosi in quasi 500 pagine, perché la sua biografia sarebbe un continuo di allenamenti e vittorie.
Un circolo virtuoso vomitevole e senza anima.
Il talento robotico di qualcuno che vede solo il prossimo traguardo e niente altro.

Ho rosicato, Andre, leggendo, mentre perdevi le finali o le semifinali con Pete.
Ma ero piú invidioso di te che hai conosciuto Mandela.
Ero decisamente piú aperto ad imparare da una persona che ha bisogno di qualcosa o qualcuno per cui combattere, per essere un vincente.
Vincere per se stessi, grazie alle tue parole, mi ha convinto ancora di piú che alimenta solo un profondo senso di solitudine, nascosto da una gigantesca celebrazione.
Avrai perso sul campo, ma onestamente, se rinascendo potessi scegliere, ecco, non avrei alcun dubbio su chi voler essere tra te e Pete.
Noia Pete, brutto Pete.

La seconda cosa é che, nella vita, quando nasci con un talento mostruoso, come quello di Agassi, puoi permetterti di mangiare "emotional food" tutte le volte che vuoi.
Puoi permetterti giri a vuoto.
Puoi permetterti di vivere di rendita.
Puoi permetterti di cadere, o peggio, di lasciarti cadere.
Di annegare in te stesso per scoprire chi sei, ogni volta che senti che qualcosa intorno a te o dentro di te sta, semplicemente, cambiando.
Con quel talento puoi permetterti di odiare tutto quello che fai.
Puoi permetterti di vivere con la tua stessa antitesi, a braccetto.
Puoi permetterti un sacco di belle e pessime cose.
E migliore di ogni altra cosa, puoi permetterti di starci tranquillamente sopra.
Di viverci, schifarle e schifarti.
Puoi guardarti allo specchio e dire "sti gran cazzi", perché sai che quando vuoi, puoi semplicemente rimetterti in sesto, e che quel momento di discesa altro non era che un allenamento atto a conoscere quando in basso puoi sbattere la tua persona.

La terza é tutta in una frase: la vittoria é un sentimento che svanisce presto mentre la sconfitta resta molto piú a lungo dentro di noi.
Cazzo quanto é vero.

La quarta, il talento da solo non basta davvero mai.
Tutti i reali successi raggiunti sono dovuti comunque a periodi di durissimo e perpetuo allenamento.

La quinta, per raggiungere un obbiettivo importante, avendo di base delle doti notevoli, richiede una lavoro nello studio dei dettagli davvero mostruoso.
Ogni sconfitta aggiungeva non tanto o solo una delusione, ma qualcosa su cui lavorare, qualcosa da cambiare del tutto o migliorare.
Ne consegue che dalle vittorie si impara davvero poco.

La sesta, gli occhi dell´amore sanno vedere le cose modo davvero diverso.
Parliamoci chiaramente, Steffi Graf non é mai stata bellissima. Una campionessa per caritá, ma solo lui sulla terra la vede manco fosse la madonna scesa in terra.

Quindi ecco, Grazie, anche solo per avermi insegnato che essere perfetti o anche solo cercare la perfezione é veramente una cosa di una monotonia straziante.


mercoledì 30 agosto 2017

5



Esiste un mondo che sta dentro un mondo.
Un limbo.
Il limbo delle cinque di mattina.
Troppo presto anche solo per pensare di svegliarsi e fare cose che dovevi fare e che non fai mai durante la giornata, troppo tardi per pregare gli occhi e il respiro di tornare a fare il loro sacrosanto lavoro.
Dormire, ovviamente.

Maggiore è la resistenza al fatto naturale che il corpo si stia svegliando o lo abbia già fatto, maggiore sarà il fatto che nel breve arco di quindici venti minuti le tue membra sono in salotto contemplando una serie di suoni che mai avevi ascoltato.
In alcune parti del mondo, le maggiori, alle cinque ancora neanche il sole è sorto, quindi sei completamente nel buio.
Obbligato ad accendere la luce.
Cosa pessima di prima mattina.
Obbligato a mangiare con la velocità di un bradipo pigro, anche se effettivamente non senti ancora nemmeno i morsi della fame.
Tutto quello che passa per la testa, dal momento in cui non sei più disteso diventa quasi fattibile, anzi prima percorribile dalla mente, tipo:
scrivere qualcosa
guardare un film lasciato a metà
uscire per andare a correre
fingere di avere sonno improvvisamente e ritornare a letto
tornare a letto comunque e fare la fettina panata almeno fino alle sette
(la fettina panata è il movimento del corpo che si gira e rigira mille mila volte sul materasso non trovando conforto in nessuna posizione)

Alle cinque di mattina, i pensieri vanno che è una bellezza.
Sei in parte felice perchè, questo orario, questo limbo, è il degno effetto di un recentissimo ritorno a casa, da zone con diverso/diversissimo fuso orario.
Ti godi uno strascito di vacanza che, in effetti, non esiste più.
In seguito, verso le dodici, maledirai questo strascico con sonore parole dirette a qualunque plausibile colpevole.

Musica leggera, quella serve comunque, anche alle cinque .
Ma non subito subito, altrimenti il tuo corpo, anche se è più lui che ti ha alzato, si incazza.

Alle cinque di mattina, pensi tante cose che non hanno davvero alcun senso.
Pensi magari a tutto quello che hai pensato in viaggio.
Pensi a tutto quello che non hai voluto pensare in viaggio.
Alle cinque di mattina, solo dopo le vacanze, solo prima di dover fare la doccia per andare a lavoro, ti viene voglia (manco fosse la prima volta) di cambiare il 55% della tua vita.
Ti viene voglia di prendere tutti i panni che hai steso e fare lo zaino di nuovo.
Solo che questo imput/stimolo/riflesso incondizionato della vita sociale lo hai già combattuto in aeroporto, durante uno scalo, davanti al gate che non era il tuo ma che annunciava l'ingresso per un posto che davvero ti chiamava.
Non forte forte.
Ma silenziosamente.
Un sussurro di vita, di speranza, di sincerità soffocata.

Alle cinque di mattina, quando poi si sta anche avvicinando Settembre viene in mente quando andavi a scuola.
Perchè in fondo nessuno lascia mai il banco di scuola.
La scrivania è solo il banco cresciuto, insieme a noi.
Si è fatto solo più grande, più stanco, in qualche modo.
Pensi a quanto era brutto dover tornare a scuola dopo tre mesi.
Al suono pessimo e squillante della campanella.
Al senso di strana euforia, un briciolo di allegria per il fatto di ritrovare i tuoi compagni.
Una scintilla di qualche minuto, per poi ripiombare nella più totale monotonia delle cose che come sempre si ripetono.
Avevi nuovi racconti.
Avevi forse qualche aspettativa per l' anno che stava per cominciare.

Ecco, alle cinque di mattina è categorico non avere la minima aspettativa per il futuro.
Prossimo o venturo.
Bisognerebbe forse istituzionalizzare la totale presenza di qualunque aspettativa.
Evitiamo voli pindarici.
Evitiamo tonfi. Grazie.
Prego! Di niente.

Alle cinque di mattina prendi le cose per come sono.
Forse è buio, forse è giorno.
Di sicuro possiamo chiamarlo penombra, come tutti i limbo.
Non sai mai come cazzo sono, a cosa cazzo servono e sopratutto dove cazzo vanno a parare.

Dalle cinque di mattina, il giorno prima di Settembre, ricomincia un anno intero.
Dicembre non conta un cazzo.
Dicembre è per le feste e per altre cose.
L' anno, quello vero ricomincia a Settembre.

Prendiamo il grembiulino dall'armadio.
Quello blu.
Un fiocco bianco.
Le scarpe da ginnastica e una camicetta.
Mi raccomando, scegliete tutti un buon banco, perchè sarà quello che terrete per gli altri 11 mesi.
O per il resto della vostra vita.

martedì 1 agosto 2017

Tentescion iLand




Non vincerá mai premi al Tribeca film festival o al Fiction Fest di Roma,
non ci ricorderemo mai di questo programma come qualcosa che ci ha cambiato la vita o la giornata.
Insomma, non é certo una delle pietre miliari della televisione italiana, eppure, l´isola delle coppie scoppiate e mandate al macello con super gnocchi e gnocche qualcosa alla fine ci dice.

Questo programma seguito assai, anche da quelli che fingono il contrario ,ci dice tutto quello che ognuno di noi ama ma che cerca disperatamente di nascondere.

Ci dice che alle persone davanti alla tv non importa se quello che vede sia vero o finto.
Alle gente piace impersonificarsi, perché semplicemente, ha voglia di parlare, o meglio/peggio, giudicare.
Abbiamo bisogno di pecore da sacrificare, di diavoli da benedire.
Amiamo frustare chi sbaglia, amiamo sentirci nella posizione di poter premiare chi si comporta bene.
Amiamo quindi essere, per una volta, super partes. Sentirci liberi, figli della nostra esperienza, di poterci incattivire contro lo schermo, di provare quel senso di rabbia, disgusto, frustrazione e, perché no, emozione, davanti alle vicende di qualche ragazzo e ragazza piú o meno giovani di noi.


Tutto meraviglioso, nella finzione oppure no, peró, un encomio a:

Filippo (il conduttore silenzioso) che da ieri sera ha ufficialmente aperto una videoteca a Milano in Piazza Istria con tutte le videocassette collezionate in tre settimane.
Ok, vintage, peró volendo ci sono anche in versione dvd.
Lui che, con ammirazione e affetto, ha seguito da vicino i continui turbamenti emotivi di tutti, resistendo alle lacrime versate delle donne e alle motivazioni del tutto inconsistenti dei ragazzi.
Filippo, ti vogliamo tanto bene, anche solo perché hai saputo resistere alla tentazione di buttarli tutti dentro quel faló. Una versione Temptation Island piú vicina a Shining.

Ruben e Francesca
Lei cerca l´uomo con la spina dorsale d´acciaio.
Lui dopo dieci minuti di esercizi ha bisogno di un polase.

Riccardo e Camilla:
"Cheers te l´ho insegnato io, e tu lo fai con gli altri. Non mi puoi mancare di rispetto cosí".

Veronica e Antonio
Lui é rallentato come la macchinetta per farti la barba quando si sta per spegnere e sei a metá faccia.
Lei é quella faccia.

Sara e Nicola
Lei ha fumato tutta la trasmissione. Ha soli 21 anni. Con la nonna che guarda. 
Stiamo pazziando!?
Lui é un calciatore. In serie D. A 33 anni. L´hai messo in banca il futuro.

Selvaggia e Francesco, meglio:
Selvaggia e Lenticchio.
Tesi come i loro stessi bicipiti e addominali. Non é mai stato ben chiaro se lei sia una rompicoglioni livello fotonico o se lui faccia parte della croce rossa e si sia preso in carico questo fardello. Se fosse la seconda, vi prego, dategli un job number per i timesheet.
Segue ora una lista di parole che dopo questa edizione, almeno per sei mesi, nessuno ha piú esigenza di sentire perché ne ha fatto decisamente il pieno:


Rispetto
Mancanza di rispetto
Percorso
Mettersi in gioco
Esterna
Non lo riconosco
Al di fuori
Qui dentro
Sensazioni
Emozioni
E´finita
Andare fino in fondo
Rispolverare il rapporto
Seconda opportunitá
Andare a riconquistare
Lenticchio

O anche frasi che davvero sarebbe stato meglio non ascoltare mai, come:

Mi tiri fuori un lato dolce di me.
Sei una persona bellissima anche al di fuori di qui.
Io sono dovuto arrivare fino al limite per capire che te amo (contestualizzata a 5 anni di storia con convivenza)
Cheers te l´ho insegnato io (scusate dovevo ripeterlo)
Tu non hai mai fumato e adesso fumi. Da domani ti controllo il cellulare.

Ce ne sarebbero milioni, tutte senza filo logico, avulse dalla grammatica italiana ma pregne di quella genialitá che solo il trash puó raggiungere (soprattutto lato maschile nel trovare spiegazioni ad evidenti situazioni francamente impossibili da salvare) ma lasciamole dentro quella scatola magica chiamata tv. 
Dove tutto nasce e muore solo spingendo un bottone.









lunedì 24 luglio 2017

COME NELLE FA-VO-LE




Una delle regole fondamentali della scrittura (sana) ma anche della vita é: non parlare o scrivere di cose che non conosci.

Bene, in questa sede diamo un calcio in culo alle buone regole di vita e della scrittura.
In questa sede ci arrampichiamo su "Come nelle favole".

Ci sono diversi aspetti, da profano, che la fanno diventare alle orecchie di molti (e anche di chi scrive) una tra le piú belle serenate di tutti i tempi.
L´ennesima dell´immortale simbolo del rock italiano.

Per cominciare il giro di chitarra che detta (subito dopo l´assolo di piano) il ritmo e che sembra riportare tutti noi indietro di venti anni.
C´é il suono di tutta la storia che Vasco stesso ci ha raccontato in passato, c´é tutta la disillusione e l´allegria di un tempo che anche se bello, prima o poi, finisce.
La medesima disillusione, ce la raccontano le parole.

Il sogno cantato fino a perdere la voce di un giovanotto che vive sperando nella peggiore delle illusioni: la semplicitá.

É questo che fa di "Come nelle favole" una tra le canzoni piú belle di questo momento.
Una tra le canzoni in cui Vasco é sempre piú Vasco; racconta la semplicitá e la esalta a sogno, poesia, traguardo.

Il ragazzo della canzone, nelle sue parole non ha grandi pretese, non sogna la luna, ma immagina di essere sdraiato sul divano, e parlare del piú e del meno.
Mai la routine é stata cantata e sperata in questo modo.
Mai la noia era stata raccontata come la forza della coppia e non, come tutti credono, il feroce nemico.

Mai "avere dei vicini" poteva essere considerata una frase tanto romantica, tanto solida, tanto da attendere o sperare.

La favola che ci racconta Vasco é davvero una favola moderna.
In contrasto con quanto la modernitá ci spinge a desiderare.

Il mondo ci spinge verso l´apparire a tutti i costi, verso comportamenti alla ricerca disperata di approvazione. 
Quando invece tutti quelli che hanno segnato la nostra epoca erano sempre lasciati soli. Considerati pazzi, scemi, fuori contesto.

Un mondo in cui non siamo piú capaci nemmeno di sentirci soli e vivere questo sentimento in santa pace per conto nostro e capirne il perché, per crescere un millimetro. 
Un mondo in cui ogni angolo di bellezza che per caso capita solo davanti ai nostri occhi diventa per tutti. 
Il senso d´intimitá viene costantemente sconfitto dalla narcisistica voglia di vedere a quanti piace o quanti saranno invidiosi di quello che abbiamo davanti o di quello che proviamo.
La condivisione sociale ha vinto persino sulla voglia raccontare.
Di far immaginare grazie a come usiamo le parole, la nostra voce.
Ha vinto sulla voglia di aspettare per raccontare.
Oggi, é tutto subito, é tutto adesso, é tutto ora o mai piú.

E´in questo mondo che Vasco, grazie a Dio, porca troia, urla e ci mette davanti agli occhi la favola moderna.
La favola in cui la vita é uguale a come é sempre stata, e fortissima proprio perché cosí.
Imbattibile e bella. 
In ogni suo maledetto angolo. 
Anche il piú maledettamente buio.
Emozioni base, come i colori: ridere, parlare, avere, sdraiare.

E´ poi tanto strano credere che oggi, per essere rock, per essere ribelli, bisogna strillare la voglia di normalitá, cantare la semplicitá?
Oppure é solo tanta malinconia?
Malinconia di un mondo, quello di Vasco, in cui le figure di merda erano vere, vissute faccia a faccia. Quello in cui una parola tanto odiata come "sacrificio" non era un´alternativa, ma la sola unica strada.

Se i nostri genitori sono piú forti noi.
Se i nostri genitori stanno insieme da 30 anni.
Non chiedetevi perché.
Il motivo é quello.
Sacrificio.
Da fuori é tutto piú facile.

E se alla fine tutti vissero davvero felici e contenti é perché quesi due non hanno mai chiesto niente di piú di quello che c´era. 
Perché proprio quando in due si ha la dote di fare di un martedí, il martedí, allora puoi combattere anche contro tutti i lunedí del mondo.

Vé?



venerdì 16 giugno 2017

Orecchie-il fischio del mondo che parla.



Raramente capita di avere una sala tutta vuota per vedere un film tanto bello.
Incredibilmente l'assenza di persone è sembrata in tema con il film stesso.
Una storia di intima solitudine. La storia di un puntino nell'universo.

Un film in cui una persona si sente isolata, sola, distante da tutti, da un mondo al quale non sente, esattamente, di appartenere. 
Si sente migliore? No, solo diversa. 
Forse stonata rispetto al ritmo che il mondo ha preso da tempo.
Non è la storia di un dissociato.
Non è la storia, stile americano, di uno schizofrenico.
Fortunatamente.

La storia in bianco e nero, che fotografa degli scorci di Roma da far uscire le budella dallo stomaco in quanto a bellezza e maestosità, racconta con inquadrature semplici, piatte e bellissime, un percorso di crescita, un funerale e del suono dei pensieri: un fischio nelle orecchie.
il personaggio dell'inetto? Neanche troppo.
Lui, è solo un ragazzo un tantino bloccato. 
Fermo nel suo tempo e nel suo spazio.
Un ragazzo un tantino sfiduciato.
Che fa della sua naturale incapacità di capire gli altri, tirata fuori dal fantastico occhio e tempo comico del regista, la sua dote migliore.
Mai l'ironia è stata tanto piena di provocazione.
Mai una risata poteva far tanto pensare.

Lui, il ragazzo chiuso nella sua scatola, alla fine avrà il privilegio di dire qualche parola ad un funerale, diciamo particolare.
Il funerale appunto, filo conduttore di tutto il film insieme ad un incredibile fischio alle orecchie con il quale si sveglia quella mattina.

Fischio, funerale e persone raccontano insieme quel piccolo disagio che ogni piccolo grande uomo, con la strana dote o vizio di voler utilizzare il proprio cervello, si porta dietro e con il quale finisce (in qualche modo) per doverci fare pace.

Frasi memorabili del film ( a memoria la mattina dopo) sono: 
"Il compromesso è una resa, infondo"

Dottore che parla:
"La gente viene da me dicendomi che sta male e quando io non trovo niente s'incazza. Invece di essere sollevata".

Una di queste due citazioni, verrà sovvertita e sarà l'inizio di una nuova vita.

Forse, questa storia, tenera e profonda, è un bellissimo inno alla semplicità.
Un invito forte forte a tutti noi di accettare quello che succede attorno esattamente così come è.
Che sia incomprensibile, superficiale o anche solo distante dal nostro modo di vedere la vita, se accoglierlo è sufficiente per farci fare un sorriso, allora perché non strizzargli l'occhiolino?

Andate a vederlo. Non lasciate che una storia così la guardino solo sedie vuote.
Veloci, è rimasto solo al cinema Fiamma (a Roma), è anche in una zona meravigliosa.





E comunque scusate il francesismo, ma possono girare tutti i film del mondo in tutte le città del mondo, ma quando lo sfondo è Roma si attaccano proprio tutti al cazzo.