martedì 5 giugno 2018

Conversazioni di peluche.



Educatamente spiaggiato su quello che a breve sarà il mio ex divano di casa, padrone dei cuscini e acuto osservatore di tutto quello che in casa succede, ci sta Paolo.
Paolo avrà circa un anno e mezzo, un anno e due mesi, insomma, più di un anno.
Alto circa un metro e mezzo, ha gli occhi nocciola scuro e un pelo che sembra prossimo ad una bellissima sfumatura color caramello.

Ogni tanto, che ci crediate oppure no, io e Paolo facciamo delle chiacchierate lunghe e davvero interessanti.
Giusto ieri mi ha visto tornare a casa con la faccia divisa a metà.
Non ha detto niente perchè sa che se voglio dire qualcosa inizio a parlare prima io.
Stranamente nonostante fossi, come detto prima, a metà tra una bella serata e mille (ma tra tanti uno) strani pensieri, non gli ho detto niente.
Ho messo un film in tv e abbiamo iniziato a guardarlo insieme.
Lui attendeva, probabilmente sapendo che prima o poi avrei sbottato.
E così, è stato.

"Un mio amico oggi mi ha detto che forse non è più innamorato". 
E io gli ho detto che fa tutto schifo".

Non ha risposto Paolo, è rimasto in silenzio.
Ha imparato quello che ho imparato anche io da tempo: quando vuoi sapere le cose da qualcuno, bisogna restare in silenzio. 

Insomma gli ho raccontato che era stata una bella serata e che alla fine però questo mio amico aveva un sacco di nuvoloni in testa. Nonostante da giorni il sole di Dubai sia sceso su quasto angolo posh della Germania.
Era contrito, appesantito, aveva gli occhi socchiusi mentre camminava, come quando il mal di testa ti preme sulle tempie.
Nonostante sapessimo dove stavamo andando, in realtà, i suoi passi sembravano muoversi senza una direzione chiara. Fissava le sue scarpe, teneva il collo basso, a tratti.
Si giudicava per quello che aveva dentro. Si incolpava come se fosse il suo peggior nemico.

Ho detto a Paolo che sono rimasto sorpreso di tanta sincerità, o di come questo mio amico, nonostante non ci conosciamo da così tanto, abbia scelto me, per liberarsi l'anima, per togliersi un pezzo di questo peso.
Aveva un testa talmente piena di domande che il suo viso somigliava più al cerchio del punto interrogativo.
Ho detto a Paolo che quando ci siamo seduti lui, ha iniziato minuto dopo minuto a sciogliere le parole, da calce diventavano acqua.
Le cacciava dalla bocca come se stesse grattando via la carta da parati vecchia dal muro.

E insomma, ho raccontato a Paolo di come questi due miei amici stanno insieme da anni.
Delle loro avventure, di come partiti da un punto comune, si siano rifatti una vita insieme, lontano dai loro amici, lontano da ciò che più scalda il cuore. 
Lontano da tutto, ma vicini. 
A volte un mondo può essere fatto solo di due persone. 
Giusto Paolo? (Gli ho chiesto, non ha risposto).

Insomma mentre gli raccontavo di come questo mio amico smantellava il suo stomaco davanti a me, che niente davvero avrei potuto fare per lubrificare e mettere a nuovo quei pezzi, ascoltavo cercando di calarmi nella cosa.
Io, che di tutto questo, non ho minimamente idea.
Io che di vivere insieme, non ho mai avuto la minima esperienza.
Io che di scegliere una cucina, un armadio, o scegliere le ferie insieme, seriamente, ho la stessa confidenza che ha un bambino di un mese con il cubo di Rubik.

Quindi mentre il mio amico cercava da me delle risposte, mi sono solo sentito di dirgli quello che pensavo, e quello che pensavo era: fa tutto schifo.
E così gli ho detto: "Fa-tutto-schifo".

Fa tutto schifo perchè questa giostra chiamata amore, certe volte, ha davvero rotto il cazzo.
Ha rotto il cazzo perchè si prende gioco di noi. Di tutti noi.
Ci fa fare un giro, poi, finiti i soldi, ci lascia a piedi e fa salire qualcun'altro.
E vaffanculo hai rotto il cazzo, allora.

E allora, solo per un istante, ho sentito quel piccolo stronzissimo senso di gioia.
Il senso di gioia più egoista del mondo.
Ho toccato con mano il lato migliore del non avere qualcuno per cui doversi alzare, o qualcuno con cui dover programmare, qualcuno a cui (amorevolmente) dover rendere conto.

E ho pensato allo stesso modo: che-schifo-pure-quello.
E poi ho pensato: sì, però almeno così sei salvo.

Salvo dal dolore. Salvo dalle paranoie. Salvo dal futuro.
Salvo da tutto quello che quando non ce l'hai, lo immagini, disperatamente, per farti venire un sorriso; anzi, il sorriso esce fuori da solo. E lì, se non sei un cialtrone che si dice le bugie, lo capisci che quel disegno, quella foto che hai in testa la vorresti, che ti manca.
Sei salvo dall'illusione della favola.
La favola dell'infinito, dell'amore eterno.
La favola della sicurezza.

Allora parlando con Paolo (che secondo me dopo un pochino si era annoiato perchè il film era troppo più interessante) gli ho detto che volevo essere più d'aiuto di così, e che volevo quindi dire qualcosa a questo mio amico che, senza motivo, aveva scelto me per avere mezza risposta, un quarto di consiglio.

Quindi ho detto a Paolo che mi sono preso la responsabilità di dire: guarda che non muori domani.
Sì, gli ho detto così: guarda-che-non-muori-domani.

E gli ho detto così perchè intorno a me, io, vedo tanta gente che se la fa sotto.
Vedo tanta gente che cerca o scende a compromessi assurdi con se stessi.
Per paura che il tempo passi. Per paura di restare soli.
Dimenticando la sola cosa vera che conta nella vita: che senti qualcosa, se la senti veramente. Che la foto che ti fai in testa, la tua isola felice, non puoi davvero vederla se non sei in due a costruirla. Che se la vedi da solo vuol dire che non riguarda te e un'altra persona, ma solamente te stesso.
E che quindi quello non è un sogno comune, ma un traguardo individuale.

E gli ho detto che se quella foto, lui (il mio amico), la vede senza condividerla con lei, senza che sia fatta anche di quello che dice lei, quella foto non è loro due, ma solo come lui vuole essere prima o poi, non dove lui vuole arrivare con lei.

Ho detto a Paolo che mi sono sentito responsabile, subito in colpa.
Perchè chi cacchio sono io per dire una cosa del genere?
E se le mie parole fossero entrate come un veleno dalle orecchie fino a raggiungere il suo cuore.
E se le mie parole lo spngessero verso qualcosa che non pensava?
O forse aveva solo bisogno di una spinta?
E se magari lui già ha tutto chiaro, e quello che cercava era solo il modo di cacciare quel tumore fuori dal suo corpo, dai polmoni, sputarlo come catarro dalla bocca e vederlo morire a terra.

È strano, come ho detto a Paolo, che ci si ritrovi tutti qui a parlare quasi sempre delle stesse cose. Girando a vuoto come mosche intorno alla medesima merda.
Sorrisi che diventano ferite che diventano cicatrici.

Si salvi chi può.
Chi è oggi ancora così coraggioso da crederci, da metterci la faccia.
Chi è così folle ancora da credere di non sbatterci la faccia.

Ecco a dire la verità io a Paolo gliel'ho detto, che siccome io la faccia ce l'ho sbattuta, forse, il mio piccolo senso egoista, ha avuto con quella chiacchiera, un piccolo momento di gloria.
Perchè senza dubbio restarsene per conto proprio fa perdere un milione di cose, ma è altrettanto vero che non si finisce nuovamente a parlare con qualcuno avendo un cerchio alla testa grande come gli anelli di Saturno.
Non si torna a casa dovendo sorridere a qualcuno mettendo una maschera.
Certo, i problemi capitano a tutti, sta anche nella forza dell'unione superarli.

Qualcuno una volta mi ha detto: "...ma che dici?! Guarda che quando si sta insieme anni si passano milioni di fasi, bellissime e tremende, mica è sempre tutto come quando inizia".

Ecco quando questa persona mi disse questo ho provato due sensazioni:
benessere
invidia

Benessere perchè la favola allora esiste davvero, e si sa che anche le favole vivono del loro momento buio. Quindi sì, capita di dormire sul divano. Capita di svegliarsi prima e uscire sperando di non incrociare lo sguardo di una persona. Capita di non sentire quella spinta, quel fuoco. Capita.

Invidia perchè lei lo sapeva, perchè c'era già passata. E io no. E quindi, in un certo modo, non eravamo uguali. E la amavo così tanto che ho odiato che lei avesse imparato qualcosa senza di me. Odiai il fatto che non ci fosse capitato insieme.
Come tante altre cose, del resto.

Ecco allora ho detto a Paolo che penso che tra tutte le paure che si possano avere nella vita, forse, quella meno conosciuta ma più sviluppata, è quella di amare veramente.
Siamo come pesci in un oceano. Ci accorgiamo di un verme. Ci guardiamo intorno con la speranza che siamo stati i primi e soli a vederlo.
E abbocchiamo.

Talmente scemi o golosi di provare quella felicità da dimenticare quanto il rischio di sbattere il grugno (nuovamente) possa fare male.
C'è davvero tanta bellezza in questa demenza. 
Davvero tantissima poesia nella nostra romantica scemenza.


Le favole dicono che sia possibile.
Gli avvocati divorzisti ringraziano le favole dai loro lettini su isole di sabbia bianca corallina mentre sorseggiano qualcunque cosa vogliano bere mentre la pelle si abbronza.

Renato Zero canta "No, a chi amerà una volta sola".
Ma questo a Paolo non gliel'ho detto.
Anche perchè ad un certo punto si era anche addormentato.

E allora mi sono detto che magari era il caso di andare a dormire.
E ci sono andato. Senza avere un'idea proprio chiara su cosa credere e cosa no.
Senza sapere se io, come tutti gli altri, davanti a quella paura sceglierò di fregarmene di nuovo, o se volterò le spalle ad nuovo inaspettatissimo regalo della vita.

Sarò un pesciolino forte e capace di pinnare altrove, resistere alla tentazione ma restare incompleto, o goloso golosissimo e con un foro già pronto nello stomaco?

E tu?

domenica 27 maggio 2018

Rossi? Presente.




Esistono dei piccoli desideri scemi che ognuno di noi si porta dentro.
Non sappiamo esattamente da cosa dipendono, o meglio, di quale parte di noi siano figli, sta di fatto che esistono, si nutrono del nostro essere, in profondità e, di tanto in tanto, bussano.

Il piccolo desiderio scemo di questo post è il seguente: rivivere una settimana di scuola.
Una settimana al liceo.

Tornare oggi, dopo tanti (non tantissimi) anni e ritrovare le stesse persone con le quali hai condiviso una parte importante della tua crescita.
Ma con un cervello (speriamo) completamente diverso.
Forse migliore, forse peggiore, comunque cambiato in qualcosa.
Affrontare quella settimana con delle scadenze che hai dimenticato, ma che sono state la base della tua formazione.
Le interrogazioni sono diventate riunioni.
Il compito in classe, la presentazione al cliente.
La consegna, la promozione a fine anno.

Riprendere il motorino e svegliarsi (mai in tempo) per entare alle 8.30 spaccate.


Ritrovarsi in quel banco, circondato da facce tanto diverse ma così note.
Osservare come il tempo abbia lavorato e stia rendendo le curve meno dolci.
Vedere chi ha perso o sta perdendo i capelli.
Ridere sui chili di troppo.
Commuoversi sfogliando le foto dei figli.

Vedere se la scuola, a suo tempo, stava raccontando la verità sul potenziale di ognuno di noi.
Quanti di quelli che sembrano dei fenomeni, dopo la scuola, che imponeva loro un ritmo, si perdono per una naturale incapacità di saperseli dettare da soli, i medesimi ritmi.
Chi invece in questa libertà trova la via per espriemersi e scrivere la propria storia.

Aspettare il cambio dell'ora per raccontarsi nel tempo.
Per rivivere il passato celato in una coniugazione latina, in una equazione.
Respirare l'odore del legno dei banchi.
Cercare delle scritte che avevi lasciato nel bagno, in un momento di dispiacere, felicità, sciocco e immotivato vandalismo (diciamo una simpatica bravata).
Sperare che i bidelli, o il bidello, con il quale ti fermavi a parlare dalle 11.15 alle 11.30 (pausa medaglione) sia ancora lì.
Il tuo tempo passato è anche il suo. Probabilmente non lo troverai.

Ripensare al tempo speso in quell'aula, in quel corridoio.
Ripensare alle preghiere, alle ansie, ai momenti di incontrollata esultanza per un sei rubatissssssimo in latino, per un 5 (meno meno) in matematica.
Complimenti! Ottima scelta il liceo scientifico, comunque.

Rivedere i professori ormai quasi come amici, a cui raccontare cosa ne è stato di te durante tutto quel tempo e dirgli "grazie" per qualcosa che ti hanno insegnato semplicemente mentre stavano parlando di tutt'altro.
"Tutt'altro" ovvero ogni cosa di cui è fatta la vita.

Dover tornare a casa, mangiare, e rimettersi sui libri.
Fare, meglio leggere e studiare, cose che davvero non ti interessavano, peggio, non ti piacevano.
La Fisica. Una versione tangibile della noia. Un assaggio di inferno sulla terra.

Girare per i corridoi guardando le insegne sulle porte, nel silenzio rispettoso della conoscienza che in quegli edifici costruisce le sue basi.
1A-2B-5C
Per ognuno di quei cartelli c'era un pensiero diverso:
"Oddio non vi passa più"  
"Mamma che botta la maturità. Pensa quando tocca a me".

Provare con il tempo il passaggio da non conoscere nessuno, quando sei appena entrato, a non riconoscerti più in nessuno, perchè sei ormai "grande" rispetto a tutti e stai per congedarti.

La sberla della generazione che arriva.
Essere in quinta (o quinto) e vedere i piccoli che entrano.
Pensare che eri anche tu così.
Vederli così poco impauriti, così poco rispettosi.
Per quanto la citazione non sia aulica Totti in un'intervista disse che quando era appena arrivato alla Roma, chiese il permesso per entrare nello spogliatoio della prima squadra.
E disse che questo ora accade raramente.
Cose importanti che si vanno perdendo.

Ecco, contare i giorni che ci separano dall'esame di maturità vedendo arrivare la nuova linfa, la giovane vita, che con il mento alto sifdano l'ignoto. 
Sfrontati, pieni di energie, figli del vento che soffia forte, dell'entusiasmo, della più totale incoscienza.
L'ignoranza è meravigliosa a volte, distoglie dal calcolo, ci rende istinto.

Essere salvati dalla campanella.
La penna che scorre lungo il registro.
L'appello.
Il patibolo degli interrogati.
La faccia che diventa viola quando sai di non sapere.
La giustificazione.
Il torcicollo da "mi passi sto cazzo di compito di merda?!".
L'occupazione.
L'autogestione.
La firma falsa.
Le interrogazioni programmate.
Il concetto di "persone di merda" (quelli che non vengono con l'interrogazione programmata).
Un bacio in palestra quando non ci sta nessuno.
Il diario delle "femmine".
Il diario dei maschi (un foglio in bianco).
L'odio per il secchione.
La gita di fine anno.

"Guarda che gli piaci a quella della terza B!"
"Ma che ne sai?"
"Me l'ha detto una sua amica prima a ricreazione, dice se le chiedi di uscire".
"Ma che stai a dì? Quella è più grande".
"Eh mejo così svorti proprio".

"Madonna quanto è bona quella del quinto C"
"Se stai bene così, non c'hai manco er motorino. Uscite co l'autobus?!"

Entrare in seconda.
Uscire in quarta.
Saltare religione.
Smettere di fare educazione fisica perchè sudi e fa schifo.
Smettere di studiare fisica con l'approvazione silenziosa della prof (che c'ha messo na pietra sopra con te).

Iniziare a scrivere perchè ti sei innamorato.
Continuare a scrivere anche se non lo sei più.

La prof di Inglese che si congeda per maternità.
La prof di italiano che cambia sede.
La nuova prof di Italiano che merita di essere cementata.
La nuova prof di Inglese alla sua prima esperienza. La rivolta del popolo operaio.

Non studiare storia dell'arte.
Amare storia dell'arte.

Il tema di italiano che è cambiato con il nuovo ordinamento.
il vecchio ordinamento che ti piaceva troppo.
La scuola che cambia mentre ci sei dentro e non capisci perchè.
Cresci e non te ne rendi manco conto.

"Tardani e Bakie lasciano la classe uscendo dalla finestra prima del suono della campanella".
Scusate è personale ma bellissimo. Nota sul registro. Che darei per averla ora, con me.

I capelli prima lunghi, poi rasati, poi lunghi, poi solo come volevi.
I jeans stretti (che schiacciano ogni cosa rendendo i ragazzi pronti al canto in falsetto in ogni momento) che diventano bracaloni, che diventano tuta che diventano quello che trovi al volo prima di uscire che eri già in ritardo dieci minuti fa.

"Fa caldo aprite la finestra"
"Oddio che freddo dentro sta classe".

L'aula bunker (la chiamavano così perchè non aveva alcuna finestra). 
Si stava sempre con le luci accese.
A giro, sarebbe toccata a tutti.

La lavagna e il gesso.
Il lancio randomico e assassino del cancellino.
Il cancellino che finisce sugli occhi di qualcuno. Ovviamente quello munito di occhiali da vista.

Quelli sempre single.
Quelle sempre fidanzate.

"Non esci mai con noi"
"Gli amici di classe sono amici solo dalle nove alle tredici". 
Una legge silenziosa verissima e mai scritta.

Giugno. L'afa.
Telefono che vibra, sms, "Sbrigate che so usciti i quadri".
"A quello gli ha messo sei, c'aveva quattro, a me manco sette e avevo sei e mezzo".
"Ma che l'hanno promosso?"
"Oddio l'hanno bocciata!"

I crediti, i debiti.
Meno male che lo spread non era ancora così famoso, a suo tempo. 


"Chi vuole andare a Praga?"
"Ma tu che porti per materia a scelta?"
"Ma che fai all'università?"

La sera prima del primo primo giorno di liceo.
La sera prima della maturità.
Cesare Pavese di merda, lui, la luna e tutti i falò.

La cena di classe, ogni anno. Due settimane per organizzare una pizza.
Gli amici che poi tieni per sempre. 
Gli altri che perdi e che riguardi su facebook per capire che ne è stato di loro.

Quelli che si vedevano lontano un miglio avere davvero una marcia in più.
Quelli che di marce non ne avevano proprio.
Quelli che sorprendono, i più belli, perchè il tempo ha dato loro quello che altri non sapevano vedere.

Il preside nuovo che il primo giorno di scuola fa il giro delle classi per dire "buona scuola".
E quando se ne va ti guardi col compagno di banco per dire "cazzo vole questo?".
Perchè l'entusiasmo a scuola è sempre confuso con il controllo e la poca flessibilità.
L'amore per quello che si fa, ai più, confonde, infastidisce.

Il primo giorno a scuola col motorino.
Niente, in ritardo anche in quel caso.

La prof che un giorno come un'altro entra e invece di fare lezione inizia a raccontarti che essere grandi è difficile, che le persone possono anche non amarsi per sempre.
E tu pensi che ha i cazzi suoi, ed è vero, ma ti sta anche insegnando a campare.

Vedere "Il postino " di Troisi in classe perchè la prof di italiano ci sta dentro.
Usare un testo di Battisti come fosse una posia per insegnare cosa sia un enjambment, sempre perchè la stessa prof di italiano ha capito come si insegna, e nessuno la ferma più.


"Sua mamma sta male".
"È morta la nonna".
"Si sono mollati. Anzi l'ha mollata lui dopo due anni".
"Ma stanno insieme?"

La prima volta.
La seconda volta.
La volta che inizia a diventare familiare e ci prendi gusto.

La volta che lo racconti.
La volta che non lo vuoi raccontare.

E poi crescere, che palle crescere.
A suon di voti.
Di tonfi e lividi.

Smettere di andare a scuola, smettere di avere uno zaino sulle spalle.
Inziare a portare quello invisibile, dove dentro ci sta tutto.
Tutto quello che ti serve per rispondere, per capire, o almeno per cercare di inquadrare le cose.
Sentirsi grandi, quando lasci la scuola.
Sentirsi di nuovo piccoli, quando entri all'università.
La nostra dimensione non dettata dall'età ma dall'esperienza.
Quando non sai, sei piccolo. 
Quando inizi qualcosa per la prima volta, sei piccolo.
E ti rode il culo. E la vita sta in quel rodimento.
Tu sei quella fame, quel fuoco, e non saprai mai quanto quell'ardore ti aiuterà a campare.

E la giostra si accende.
Il giro ricomincia.
Tua sorella entra in primo liceo.
La guardi con un ghigno strano. Un sorriso malinconico e beffardo di "chi sà", ma non ti vuole raccontare.

"Me lo potevi dire!"
Te lo dice lei quando capisce che avresti potuto evitargli un colpo.

Lo dici risentito a tuo papà quando senti che avrebbe potuto evitarti quella mattonata.

Niente cambia il fatto che chi ha sbattuto la faccia, e ti vuole bene, non ti evita il colpo, ti sta vicino ad ammoritzzare il dolore.
Perchè chi ti vuole bene sa quando è il caso di difendere e quando è il caso di curare.

E poi, oggi o domani, o lunedì tornare a scuola per una settimana.
Non attaccare più gomme sotto al banco, non copiare alla svelta quello che non hai fatto il giorno prima, cinque minuti prima della lezione. Primi momenti di sopravvivenza..

Tornare per vedere quanto sono alti i banchi.
Quanto sei alto tu.
Tornare per essere consapevole.
Perchè quando eri lì, quel momento era la tua vita di tutti i giorni e, forse, non eri così attento, e magari adesso lo saresti di più. E questa cosa non ti va mica tanto giù.

E poi sì, alla fine, fare pure una bella foto tutti insieme.
Che fai? Non la fai la foto di fine anno?

sabato 19 maggio 2018

9



Questo post non sa spiegare per quale motivo la famosa "prova del nove", sia del nove e non del sette o del settantamila.
Sa per certo che se scomponiamo il "titolo" di questo sistema di calcolo infallibile (anche se qualcuno dice il contrario) ci troviamo davanti a due parole:

Prova.
Dove non si intende tanto quella spinta positiva che un amico o un genitore può dire per spronare qualcuno a muoversi dalla stasi, dal torpore, a dare una scossa.
No, prova qui è intesa nella sua accezione più arida, scientifica e drastica.
Non lascia spazio a "sì, ma". Questo "meccanismo" serve per chiarire una volta per tutte se quello che pensiamo sia giusto o sbagliato. Se tutto il teatrino nella nostra testa, o meglio, se le bugie che ci diamo siano fondate o meno.

Del nove.
Abbiamo già chiarito e messo in evidenza l'ignoranza e la pigrizia nel voler googolare la parola nel tentativo superficiale di trovare una spiegazione.
Diciamo che possiamo sopravvivere comunque.
Annuiremo fingendo di avere un'infarinatura di conoscenza.

Però a questo blog della matematica non è mai stato molto interessato.
Anche se qualcuno dice che in ogni cosa, anche nei sentimenti, i numeri giocano un ruolo davvero importante. Ma non consideriamo queste ultime persone. 
Non fanno parte del campione statistico. 

Qui siamo tutti interessati all'accezione umana di questa prova.
Portiamola fuori dal suo campo di gioco, fuori dai quadretti, dal grigio scuro (e bellissimo) della lavagna. Fredda anche lei.
Non si parla di numeri, ma di cose davvero diverse.

La prova del nove della vita.
Quel momento, cercato o casuale, in cui siamo noi davanti al nostro più piccolo grande vizio, difetto, debolezza, mostro, specchio.
E non c'è radice quadrata che tenga, perchè se il nostro io radicato è stronzo, stupido, testardo, debole, ottuso, il risultato finirà per essere sempre lo stesso.

Ore, giorni, mesi, pensando di essere cambiati, di essere più decisi, forti, stabili, sicuri di noi, per poi trovarsi davanti ad una foto, il citofono che suona nella notte, lo schermo di un telefono che si accende e vibra impazzito. 
Le silenziose vibrazioni dei telefoni sono i nuovi terremoti emotivi. 

Ovviamente raccontiamo anche il lato migliore di noi.
Quello che, di tanto in tanto, vince.
Cambiamo e, senza aspettarcelo, la prova del nove diventa il nostro più grande successo.
Il respiro si fa leggero, diventa un vento leggero e caldo, una brezza di malinconia che porta lontano quel pensiero. Lontano per sempre. Dove diventa zucchero a velo. Dolce e sottile.
Che non disturba più quando torna a bussare, che non pesa più quando si adagia sullo stomaco. Che ringraziamo per averci insegnato qualcosa.
In qualche caso è vero che alla fine tendiamo sempre a far prevalere il bene.
Almeno il tempo lenisce gli spigoli, un quadrato si fa non proprio sfera, ma qualcosa in grado di rotolare verso il lato del bene.
"Alla fine non posso dire di non volergli bene".


Dividiamo il mondo tra fatalisti e audaci.
Gli audaci cercano la prova del nove, gli vanno incontro.
I fatalisti attendono nel silenzio. Che questo o quel momento si verifichi.
Che si presenti alla porta. 
I secondi sono figli del poco coraggio. O quelli che hanno preso la botta piena piena, più di una volta, e che nonostante abbiano imparato ad incassare, preferiscono evitare di prenderle (o continuare a prenderle).
I primi sono quelli sfacciati.
Quelli che ti diranno sempre "tanto che ti cambia? Almeno lo sai".
Quelli atei che non hanno paura del buio dopo che chiuderemo gli occhi per sempre.
Beati loro.
Quelli che in un modo o nell'altro riescono ad anadare avanti con maggiore velocità.

Perchè tanto alla fine questo 9 è quello che ti dice.
Se sei andato avanti oppure no.

E per quanto ognuno di noi se la canta nella testa, tipo Zecchino d' oro, non ci sta molto da fare, questo 9 è in qualche modo necessario.
A volte il 9 serve non esattamente come prova, ma come aiuto.
Fallire fa male, o rabbia, e in quel caso la nostra risposta è positiva, abbiamo voglia di ribellarci a noi stessi, e il mitico nove ci sprona a fare un balzo molto grande. Tanto da recuperare tutto il tempo che sprecato a pensare che stessimo camminando piano piano, allontanandoci dal mostro.
Lasciandocelo alle spalle. La sua ombra però, da dietro, continuava a fondersi con la nostra, facendo di noi un piccolo animale mitologico. Mezzo uomo mezzo paura. 
Ed ecco che 9 si affaccia.
Il male buono, che ci guarda dritti in faccia, senza fronzoli o musichette per addolcire la pillola.
Una sberla, una doccia fredda, una frustata.
Non c'è scampo, un corridoio senza uscite alternative se non quella dove la visione ci aspetta. 
O si va oltre per attraversare la porta, o si resta lì, impalati.
E solo quando capiamo che non siamo nei cartoni animati degli anni 60, dove era lo sfondo a muoversi per dare l'impressione che il topolino si stesse muovendo, allora decidiamo davvero di fregarcene del dolore, perchè alla fine di cicatrici prima o poi ne dovremmo portare, e quando si accetta che bisogna passare per quella ferita, allora ci ritroviamo senza accorgercene oltre il corridoio.

E la prova torna, perchè finita.








lunedì 7 maggio 2018

Non ho voluto imparare il tedesco, ecco perchè la Germania ha voluto per forza insegnarmi qualcosa.



Questo che segue è un post figlio di milioni di post pensati e mai scritti.
Per tale ragione risulterà convulso, come se gli altri post precedenti non lo fossero; pieno di capre e cavoli, fischi e fiaschi.
Visto che tanto è proprio dai fischi e dai fiaschi che si finisce a pensare, e poi scrivere, almeno successivamente.

Questo post è, anche, il risultato di un periodo molto intenso, tenebroso, soprendente.
Gonfio di speranze, forti delusioni, disillusioni, minuti che si rincorrono, incubi, fantasie, allegorie e, senza alcuna ombra di dubbio, imprecazioni (anche molto creative).

Eppure, viene difficile definirlo come un periodo brutto.
Spiacente deludere il destino se stesse pensando che una mente contorta non trovasse in questo groviglio di emozioni occasione per astrarsi, e vedere le cose secondo un punto di vista terzo: tipo come se il peggio che accade non stesse succedendo esattamente a te. Ma a tuo cugino, quello che senti vicino come un fratello. 
Non quello che ti sta sul cazzo, ma non per colpa sua, ti sta sul cazzo tua zia. lui se la prende di rimbalzo.

Anzi. In tutta onestà ringrazio il distributore automatico di cervelli contorti per aver scelto il sottoscritto (insieme a molti altri) perchè, francamente, è il miglior cervello che si possa avere quando ci si trova davanti a questo film indiefinibile chiamato Presente.


Generalizziamo.

Quando niente succede, niente si impara. Signori, è così.
Possiamo provare a spremere la vita, indirizzarla, drogarla, educarla, prenderla in giro, ma c'è davvero poco da fare.
La vita è un mulo. Si muove quando le va. Che piaccia o meno.
Puoi solo pregare/imprecare o meglio, aspettare e goderti il giro quando capita.

Quando si muove può fare male o bene.
Quando fa bene, godi, ma non impari chissà cosa.

Quando fa male, sono cazzi, ma sei stai attento impari un sacco di cazzo di cose.
Impari tutto quello che già sapevi ma che non avevi ancora provato.
Quindi in fondo in fondo non le sapevi veramente.
Come andare a scuola guida, quando fai teoria.
Stai guidando ma non guidi un cazzo di niente.
Ti vedi con le mani sul volante, ma poi capisci che è solo il tuo cervello che recita la parte. Davanti hai solo quel libro pieno di quadretti bianchi da riempire.
E poi, dopo, quando sei sudto al volante, non scopri che è tutto diverso, ma solo che non sei capace manco per il cazzo.
(Troppe volte cazzo in questo post).

Devi fare pratica. Imparare a dove guardare, come guardare, a chi o cosa dare maggiore attenzione. Che osservare la cosa sbagliata, in certi casi, crea dei casini devastanti.
Devi educare il cervello a focalizzarsi su cosa accade in quel momento, sulla strada che percorri, perchè se ti metti a pensare ad altro, a quella che hai già fatto (pensandoti già pratico) ecco che combini cazzate ancora più grosse.
La strada che hai fatto è fatta. Lei è alle tue spalle. E se sta lì dietro un motivo ci sarà.
Più strada hai alle spalle, più queste saranno grosse no?

Quindi ecco, quando capita il male, è ora di tirare fuori il libretto dal taschino ed iniziare a prendere appunti, osservare con cura ogni singolo dettaglio, perchè ognuno di questi diventa un centimentro in più sotto le suole dei tuoi tacchi e, alla fine, quando ne esci, perchè in qualche modo ne esci, sarai anche un po' più alto.

Quando capita quel male chiamato perdere (che sia qualcosa o qualcuno, o peggio entrambe le cose) il cervello fa un giro strano.
Un libro che sia intitola "Stupid Idiot Brain" dice che esiste una ragione scientifica per la quale perdendo una persona a cui abbiamo voluto bene, stiamo male esattamente come se affetti da una malattia reale. 
Per reale si intende regolarmente iscritta e riconosciuta nella lista ufficiale delle malattie.

No. Le pene di cuore non sono come la diarrea.
Anche se la sensazione nello stomaco è molto simile.

Insomma questo libro dice che quando perdiamo qualcuno a cui abbiamo voluto assai bene e con cui immaginavamo cose (meglio definibili come futuro insieme) il cervello va in pappa.
Non è amore, si chiama confusione o disorganizzazione, dovuta all'impossibilità di portare a termine le tappe prefissate e/o i piani stabiliti.

Lo stesso libro dice che il nostro cervello è una macchina incapace di sopportare la confusione/disorganizzazione quindi, senza mezzi termini, lui inizia a flippare, sta male e stiamo male anche noi.

Soluzione per le pene d'amore: organizzazione, meglio, ri-organizzazione.

Chiudendo questa parte tra lo scientifico e il patetico, il punto voleva essere che anche, o meglio soprattutto, in questi momenti di perdita (di cose o persone) è possibile veramente trovare quello che di più bella la vita possa offrire: una lezione.

Impari che anche le più belle notizie, che daranno frutti non immediati e per le quali bisogna naturalmente aspettare, vanno prese con molta calma.
Sì, con un sorriso abbagliante, ma con la forza di abituarsi al fatto che se è di tempo che quella notizia ha bisogno per diventare carne, allora anche il sorriso deve imparare a resistere, ad essere adulto. Tanto adulto.
Cosa si impara quando quel sorriso poi si blocca?
A volere bene. Ad essere presenti in maniera diversa vicino a chi, con noi, quel sorriso pieno, non potrà farlo.
Si impara ad amare. Dal male. 
Sembra impossibile, invece è così.
Si impara ad amare ancora di più.
Si impara a trovare il modo di esserci senza esserci.
Si impara che nessuno sulla terra è spaciale, nemmeno noi stessi.
E che noi non siamo nessuno e che le cose possono accaderci.
Anche quelle che ascoltiamo dagli altri. E intanto abbiamo quell'incredibile senso di sicurezza, quella voce sottile che ci rassicura dicendoci "no, a me questo non accadrà".
Impariamo che siamo non speciali, che siamo mortali. Fallibili.
E che esiste solo una cosa che possiamo davvero decidere di essere:
forti o deboli
davanti al mostro che si presenta in salotto puntandoci il dito.


E cosa impari quando qualcosa in cui hai creduto tanto, che ti ha fatto fare scelte importanti, sembra voltarti le spalle?
Mettiamola così, cosa impari quando la cosa per cui stai investendo tanto non sembra dare i suoi frutti, peggio, ti sputa?

Impari un sacchissimo.
Su te stesso. Su chi sei. Su quello che eri fino a qualche momento prima e su quello che pensi di poter ancora essere.
Anche in questo caso la sola scelta che hai non è se affrontare il male che da questa delusione arriva, ma che faccia mostrargli.
Se quella piagnucolosa e penitente, riassumibile in "ho sbagliato tutto, perdonami, aiutami",
o la più impaurita delle facce toste,
quella che pur sentendo il buio nello stomaco non ha timore di affondare i denti per sentire il sangue del mostro: "vediamo chi è più tignoso, allora".

In entrambi i casi non si è mai certi di come andranno a finire le cose.
Di certo alla fine del viaggio saprai chi sei tu, però.
Perchè un conto è guidarla la macchina lungo la strada, un conto fingere nella mente.
Scoprirsi. Ogni volta.
E questo vale il prezzo del biglietto.


Ma forse la parte più bella non è nemmeno questa.
La parte più bella è (se ci si riesce) essere vigili durante l'altalena di emozioni.
Respirarle ad ogni passo. Da quelle più cupe, buie, le sberle, le emozioni "capo chino". 
A quelle che sono tutte l'opposto.
Le iniezioni di inaspettata adrenalina.
Quei momenti in cui si ha la sensazione (basata decisamente sul nulla) che tutto andrà meglio di prima. 
Ottimismo o follia? Nessuno può davvero saperlo.
Forse una normalissima reazione ormonale dovuta al down precedente.
Il nostro corpo non sopporta la depressione.
Dopamina, endorfina, e cose con "ina" varie non hanno grande piacere ad essere lasciate del tutto inutilizzate, quindi prima o poi s'incazzano e fanno quello che vogliono entrando in circolo.


Importa che questo accada? Sì.
Ma quello che succede nel mentre? Non possiamo non considerarlo.
La pelle che cambiamo quando poi usciamo dal tunnel, quella che resta a terra, andrebbe conservata.
Dovremmo preservarne l'odore e, di tanto in tanto, dargli una sniffata.
Per tenere il ricordo sempre fresco.
Un pochino questo blog è un tentativo. Una pelle nero su bianco.
(Ma tanto a voi che ve ne frega?).

Quindi ecco, ora (ma non subito) che questa pelle bianca e nera torna a casa, perchè è lì che è nata, chissà cosa accadrà.
Il dna di questa pelle è cambiato tantissimo col tempo, ha preso cadenze, sopportato carenze, smaltito giacenze.
In cuor suo, perchè questa pelle ha un cuore, incorpora l'esempio della pigrazia di un sogno.
Chissà quanto ancora dovrà continuare ad avere pazienza.

Ma del resto lui, come tutti noi, ha bisogno di pazienza perchè per vedere davvero come vanno le cose e se veramente abbiamo imparato qualcosa, è solo quella che ci vuole.

Nota bene: pazienza non è da confondersi con demenza.

venerdì 23 marzo 2018

Shhhhhhhhhhhh



Prima di cominciare un nuovo post, utile a molti, come la buccia della banana dispettosamente in attesa di una vittima, volevo dedicare un sentito ringraziamento a due inglesi molto speciali. I quali sono stati in grado di infiltrare nella testa del sottoscritto il divieto assoluto dell'utilizzo della lingua di appartenenza.
Sono stati eccezionalmente materni, quindi a loro una parola che sicuramente capiranno: GO FUCK YOURSELG GUYS.
Bene, così lo capiranno meglio.



Torniamo al quotidiano.
Diciamo che il divieto è stato utile per ascoltare un genere sottovalutato: il silenzio.
La sua spiazzante melodia lascia spazio solo a tutto quello che accade.
Il genere è particolare e poco ricercato.
Spaventa molto spesso perchè niente è sincero come il silenzio.
Il passepartout dei nostri pensieri.
Veniamo dal silenzio quando, minuscoli, sviluppiamo tutto quello che ci trasforma in feto.
Siamo in una bolla (bellissima) d'acqua dove nessun rumore può turbarci.
In quel silenzio noi facciamo tantissimo, costruiamo noi stessi.
Non sogniamo è vero, ma lasciamo che ci sta proteggendo lo faccia per noi.
Legati ad un filo doppio, cordone forse è meglio, alle voglie, follie e sorrisi materni, ci contagiamo degli entusiasmi e voli pindarici di chi si presentarà a noi con il suo odore.

Crescendo il silenzio è una melodia che prende diverse sfumature rispetto al momento che scandisce. il silenzio è un tempo, una battuta a vuoto, un tonfo, una freddura, il segno di un forte imbarazzo o della impossibilità di articolare mezza parola, per un'ondata di gioia infinita che ci arriva tutta dritta in faccia.

Ecco, in questi giorni di assenza alla scrittura, il silenzio è stato buono e cattivo compagno.
Ha sussurrato malignamente.
Ha calmato.
Ha accompagnato qualche pasto amaro.
Ha assecondato qualche pessima battuta autoironica.
Capiamo da quelle, a volte, che siamo ancora vivi.
Il silenzio, nella sua fermezza ci fa capire il tempo che passa.
I secondi che si muovono nell'orologio anche quando non ce ne accorgiamo.
Nel silenzio cresciamo, cambiamo, piangiamo.
Nel silenzio troviamo quel rifugio da tutto e tutti.

Dovrebbero metterlo su google maps, il silenzio.
O farne una specie di Paese riconosciuto, dove niente e nessuno può entrarci, quando ci entriamo dentro.
Benvenuti a Silenzio, il Pease degli specchi.
Vestitevi come volete, mettete le mani in tasca e tirate fuori tutte le scuse che volete, vi serviranno a poco, davanti a tutti quegli specchi.
Il silenzio vi racconta che siete, o siete stati dei fessi, degli illusi, dei sognatori sfigati, degli immortali imbecilli.
Oppure vi ripete in continuazione, come un compagnio ubriaco, "è così che doveva andare".
E pur provando a scandagliare il tempo, le situazioni, le scelte, capite che in fondo, per quanto democristiana, è la risposta più giusta di tutte.
Certo, poca o nessuna soddisfazione troverete quando arriverete a questo punto, tranne forse la voglia di urlare talmente tanto da spaccarli tutti gli specchi che avete davanti.
Avrete forse la voglia di vedere la vostra immagine, il riflesso di quello che siete diventati, farsi in frantumi, per rifarlo da capo, sbagliare di meno, o sbagliare in maniera diversa.

Esiste una religione che dice che la nostra volontà di mantenere il corpo in forma non è una questione di paura della morte, o di vanità.
Questa necessità deriva dalla disperata ricerca di dare alla nostra anima più tempo, per risanare quello che è successo prima o in una vita precedente.
Per farci due risate pensiamo agli atleti, quelli super fotonici.
Pensiamo invece alle persone che non si tengono in forma per niente. 
Un enocmio alle loro anime immacolate.
Pensiamoci un attimo, fermiamoci meglio.
Lo sport è comunque uno sforzo fisico del nostro corpo. Il risultato è bellissimo, certo, ma  è sempre di un corpo che fatica che stiamo parlando. Possiamo dire che stia lavorando per dare fiato all'anima, lavora per espiare colpe. Deve qualcosa a qualcuno. Paga pegno.
Un corridore, un maratoneta fatica come nessuno. Suda, il corpo perde gocce di sale.
E se fosse la nostra anima che piange? Perchè manda via dolore
Ok, diamoci una calmata.

Pausa.

Però al contrario chi mangia e beve, e non se ne cura, in efetti non fatica.
Se la gode, l'anima gode.
Forse perchè non ha nulla da correggere?

Alla fine fare sport per stare in forma è una cosa che viene naturalmente.
Alcuni proprio non ne sentono il bisogno. Altri sono drogati di questa cosa.

Quindi in questo mondo, in questa vita, Cristiano Ronaldo è davvero un grandissimo disperato, un peccatore del passato. Certo non se la passa mica male, ma la sua anima sotto sotto, deve essere proprio triste.

Ma non parlavamo del silnzio?
Sì. E se fosse che il silenzio è il linguaggio dell'anima?
Il solo in grado di portarla ad un livello di ascesi.
Niente la disturba e lei esce indisturbata.
Con il bene o con il male.

Che una persona creda nella meditazione oppure no, è palese che nel silenzio sappiamo ascoltarci meglio.
Basta cambiare due parole per rendere la cosa più digeribile.
Non è anima è autoriflessione.
Tipo come quando parliamo allo specchio.
Dai che lo fai! Non fare il vago.

In questo silenzio ritroviamo la bussola.
In questo silenzio, forse, ascoltiamo la verità.
Conosciamo la delusione, la disillusione.
Impariamo ad incassare di brutto.
impariamo di chi fidarci e di chi no e di chi mai più.
Scaviamo, alla ricerca di prove, utili solo al silenzio stesso.
Troviamo la quadra, chiudiamo il cerchio, nel silenzio.
E il dolore che ne esce a volte è come un tonfo sordo.
Nel rispetto del silenzio, appunto.
Sentiamo che la giostra si ferma.
Che i bambini scendono.
Che le luci si spengono.

Ma tutto dipende molto da cosa ci ha spinto nel Paese del silenzio.
Da una parte è quasi sempre una merda finire con un biglietto di sola andata a Silenzio. Esistono sicuramente villeggiature più, diciamo, comfortevoli, ma è anche vero che il film di animazione Inside Out ha insegnato a tutto il mondo che "tristezza" è tanto più forte di qualunque altro sentimento, il migliore a raccontarci chi siamo.
Perchè è da come noi decidiamo di uscirne che svela veramente il nostro carattere.
Quanto continuiamo ad essere dei sognatori, degli stronzi illusi, delle persone caparbie, delle persone che non salgono sul primo vagone utile, per andare avanti.
Ma che affrontano questo silenzio, la paura del nulla, nell'attesa o speranza che ci sia ancora un nuovo giro.
Un giro sincero, senza macchie, senza ombre, spontaneo, vero.

E tanti auguri a Fedez e alla Ferragni per il nuovo cucciolo.

domenica 7 gennaio 2018

Occhi di Gatto. (Non è un post sul cartone animato)



Il solo pregio della vita da gatto è quello di capire, forse meglio di altri, cosa è importante e cosa non lo è.

Ora: che cazzo è la vita da gatto?
Definiamo il gatto come un animale dalle 7 vite per la sua semplice, quanto incredibile, abilità di sapersi girare su se stesso quando cade. Questo talento gli permette di atterrare sempre sulla parte giusta, quella delle zampe.
Il gatto, anche se di casa, resta sempre un felino. Agile e combattivo. Molleggiato e con delle zampe in grado di sostenere un peso di molto superiore al proprio.
La normale attitudine al rovesciamento e le zampe rinforzate lo salvano, ogni volta, quando e se casca.

Quindi del gatto prendiamo il fatto che di lui di dica che abbia sette vite, o comunque non una soltanto.
Leghiamo questa cosa con il fatto che, in linea di principio, ogni volta che si comincia qualcosa di nuovo sembra quasi di iniziare una vita diversa, nuova.
Soprattutto se si cambia addirittura Paese.
Sommiamo queste due cose, nomea e principio generale umano e avremmo così più chiara la definizione: vita da gatto.

Detto questo, arriviamo al punto, addentiamo la preda.
Capire meglio cosa sia importante e cosa no.
L'umanità si divide in quelli che devono necessariamente perdere qualcosa per capirne l'importanza e quelli che, beati loro, invece riescono ad essere più accurati nella previsione.

Tornare alla (non) casa base, dopo le feste di Natale è un tantino come prendere una palla di neve in faccia in questo senso.
Per diversi motivi.
Di base le vacanze (e quelle di Natale su tutte) hanno il dono di "magicare" ogni cosa.
Anche il più banale dei pomeriggi prende un senso diverso.
È migliore, anche se non cambia niente nella forma e nella sostanza rispetto a come si farebbe la stessa identica cosa il solito mercoledì di qualunque altro mese.

Sarà forse che il tempo si ferma, o almeno rallenta.
Il lavoro e la routine risente della stanchezza di tutti.
Siamo tutti più aperti a rimandare ogni cosa.
Rimandare è spesso una forte espressione di lassismo o pigrizia.
Ma quando è giustificato incorpora senza dubbio il sincero significato di Pace e Serenità.
Esce diretto dalla pancia, leggero come scirocco, e non è mai accompagnato da quel senso di colpa, o peggio, dalla certezza di un doppio carico causato da questa scelta.
Nessuno ci guarda stupito. Abbiamo solo reazioni di sentito (come si dice?)(quando dici una cosa e tutti sono incredibilmente d'accordo?)(ve bè quello).

Vince il tempo per noi stessi.
Per noi stessi insieme agli altri.
Vince la semplicità del non fare niente, ma farlo insieme.
Vince il parlare, del nulla, o del raccontarsi se non ci si è visti per qualche giorno o mese.
Le vacanze sono una specie di raccordo.
Sono come una nonna che rappezza un buco sul ginocchio dei pantaloni.
I lembi sono le persone che si stavano quasi per perdere.
Le vacanze arrivano sempre in tempo per ricucire e ricordarci dell'invincibilità di alcuni sentimenti.
È bello sentirsi dire "non serve che ci scriviamo tutti i giorni, ci manchiamo e abbiamo le nostre cose quotidiane, quindi quando capita è tutto come prima".
Ecco l'amicizia nel tempo si riduce (che brutta parola), diciamo si eleva (meglio no?) ad un sentimento che non vive necessariamente dell'asfissia del doversi per forza vedere.
Vive di quel momento di comprensione che si accende con un attimo.

Quindi ritrovare questa comprensione ci fa capire, da gatti, che le scelte passate, cioè il fatto che tu abbia deciso di fare di alcune persone parte della tua famiglia, aveva, ha e avrà un senso.
Insomma che, piuffff, non ti sei sbagliato.
Bello vè?!

Poi il gatto più profondo, quello che pensa sempre, usa comunque le sue vite per capire dove va la propria (vita) e dove sta andando quella degli altri.
Essere lontani dalle persone a cui si vuole bene è come vivere la loro vita in un film fatto di stacchi.
Non che sia bellissimo, sia chiaro.
Di sicuro ha un impatto forte forte.
Per "film a stacchi" si intende un film in cui vedi una scena, poi tutto nero, e quando ritornano le immagini, quello che vedi è il frutto del tempo che è andato avanti (magari) sei mesi.
Il più classico dei "sei mesi/un anno dopo".
Nei film lo fanno per farti vedere che in fondo, poi è andato tutto bene.
Così esci dalla sala col sorriso.
Diciamo che la vita è un regista diverso, crudo.
Gli stacchi ci sono, ma te li becchi per come sono.

E la vita da gatto offre prospettive e stacchi che a volte sono dei pizzichi a pelle sulla pancia.
Ognuno vive la quotidianità del proprio tempo.
Non ci vediamo mai invecchiare allo specchio.
Solo riguardando le foto di noi stessi, diciamo, tre anni prima, capiamo che il visino era un tantino meno tirato. Forse meno pensieri, capelli diversi, sguardo pulito. 
Meno esperienza.
Guardare gli altri e coglierne il tempo è decisamente più facile.
Soprattutto quando le persone che hai intorno amano moltiplicarsi.

Amico che era uno.
Che sono diventati due, poi.
"Ma quanto c'ha adesso?"
"Quasi due anni amore di mamma sua".

E tu sei lì che ti ricordi solo fin quando le dava le pappette.
E pensi "oddio quanto è cresciuto" "oddio quanto vola sto tempo".
Ma il pensiero è sempre indiretto.
Come se il tempo passasse solo per coloro che circondano te.
Tu, il Truman invincibile in un mondo in cui l'immortalità è un regalo ti sei meritato senza fare niente.

Ed ecco che scopri che gruppi pari di amici restano pari perchè si passa da quattro persone a sei, cioè quattro adulti e due marmocchi bavosissimi.
Che poi marmocchi un corno.
Manco fanno in tempo a dire papà che già scrollano sull'i-Pad.

Devo fare anche la digressione su come questa ingegnerie diaboliche manco si contemplavano 20 anni fa?
Serve?
Salviamoci sta paranoia.
Facciamoci due risate sul fatto che, così, almeno questi minuscoli esseri umani cresceranno con un forte lato digitale sviluppato e non con le vocette storpiate di tutte le persone che gli stanno intorno.

Amerò il giorno in cui questa forma di tortura sarà considerata illegale.
Non concepisco perchè un neonato debba essere bombardato, senza essere protetto legalmente, da tutti i parenti o, peggio, amici, che fanno mille versi senza alcun senso.
Il vocabolario della demenza, tutto insieme.
La prima forma di lavaggio del cervello.
Alla sfrenata ricerca di una reazione.
Mi chiedo cosa si aspetta un maschio o una femmina adulta, di ricevere da un neonato quando lo tormenta con "bu bu bu be be be ciccì ciccì cu cu".
Personalmente quando sono presente a questa scena faccio sempre il tifo per il rigurgito secco in faccia.
Un modo in cui l'istinto si fa vivo, vendicando l'infante.

Comunque ecco.
Tutto, a stacco oppure no, prosegue e va avanti.
Da due a tre, da tre a boh.
La vita da gatti notoriamente chiama osservazione.
Raramente si osservano gatti in coppia che girano.
Il gatto maschio arriva, feconda, abbandona.
(Pensiero del tutto presunto)

(Ma di base non si ricordano, nemmeno nei cartoni animati, esempi di storie d'amore tra gatti).

Il gatto furtivo si aggira silente.
Scaltro osserva e cerca qualcosa che prende per poi sparire nel buio.
Lascia tracce? Solo se vuole.
È silenzioso, furbo.
È decisamente solitario.
Ecco perchè osserva.
Ruba dagli altri, senza mai toccare.
Un furto quasi lecito.
Figlio dell'inesperienza.
Il gatto osserva per imparare quello che non può provare sulla propria pelle.
Si chiede se e quando tutto quello che vede sarà parte della propria quotidianità.
Peggio ancora, il gatto si chiede se quella sia davvero una propria quotidianità fattibile.

I gatti osservatori fanno della pazienza e della fiducia la loro arma forte.
Criticano i cani (per questo ci litigano) perchè a volte loro cedono per paura o per abitudine.
Il cane è più incline agli affetti, all' essere sociale.
Il terrore della solitudine fa scherzi davvero importanti.
Confonde.
Inebria, facendo mollare la presa.
Facendo dimenticare che per smettere di fare i guardoni (forse ci sta tutto come termine) non bisogna plasmarsi su quello che gli altri fanno, ma semplicemente continuare a credere che esiste un'idea ben precisa di "gatti di coppia".
Perseguire quell'idea significa riconoscere determinate conseguenze all'interno e all'esterno del proprio corpo peloso.
Il gatto frettoloso, come noto, ha fatto una bruttissima fine.

Quindi il gatto se la prende anche comoda a volte.
Ma non demorde.

Il gatto vuole bene, a modo suo, e continua ad osservare, senza giudicare.
Il gatto continua ad imparare.
Continua a rifiutare qualunque cosa se questa non rispetta il suo gusto.
Se non è pesce si può pensarlo solo come uno dei sostituibili pasti quotidiani, non come quel pasto del quale si è incapaci di farne a meno.

Di cornicione in cornicione.
Di finestra in finestra, il gatto osservatore sviluppa poche certezze.
Una di quelle che è che il tempismo sia una delle sole cose davvero importanti.
Forse la più importante.
Il tempismo ha voluto che lui conoscesse quelli che sono diventati poi amici.
Il tempismo era alla base di alcune cose che (magari) ha sbagliato.
Il tempismo, il re della comicità, il signore dei drammi.
Il padrone della giostra, che dispensa biglietti.

Il tempismo, con il quale il gatto capisce quando deve girarsi se e quando cade.
Per poi risalire e riprovare.
Fin quando ha vita, meglio vite.