martedì 25 settembre 2018

Primavera. Non è un post sulla settimana della moda (a Milano).



La nostra abilità, come esseri umani, di dare un nome stabile alle cose è tanto assurda quanto fallace.
Pensiamo a come abbiamo creato i numeri, il modo di scandire il tempo, e tutto quello che ne consegue.
Tutto il "tempo" che passa, per via di un'invenzione chiamata orologio e il suo modo circolare di rappresentarlo, alla fine, viene vissuto non come un flusso continuo verso l'infinito, ma come qualcosa che gira su stesso, che torna quasi sui suoi passi, che gira in tondo, a volte a vuoto, per ritornare al suo punto iniziale e ricominciare, da capo.
Possiamo spenderlo come vogliamo e farne sempre qualcosa di diverso e nuovo, quello sì, ma sta di fatto che come tornano sui loro passi le lancette, davvero, quasi, nessuno sulla terra.

E guarda caso anche tutte le cose a cui abbiamo dato un nome alla fine, potrebbe tranquillamente essere qualcosa di diverso da quello che effettivamente vogliono rappresentare.

Pensiamo alla primavera, adesso che entra l'autunno.
Pensiamo a come questa parola in realtà racconta un arco temporale in cui il clima, per lo più, si presenta a noi con gentilezza, scongelando tutti gli inverni che abbiamo vissuto, sia quelli sotto al piumone che quelli con una persona che, presumibilmente, ci siamo lasciati alle spalle, oppure no.

Insomma la primavera, questa stagione che alla fine è anche una parola, come tale, prende un giro tutto diverso e arricchisce qualcosa che potrebbe non essere così piena d'oro.

Pensiamo ad una serata qualunque. Quella sera in cui, senza se e senza ma, ci concediamo il lusso di non badare a nulla se non a quello che viene.
Apriamo le braccia, le spalanchiamo, ci prendiamo una vacanza dai pensieri, da tutto quello che sembra, quotidianamente, essere un freno, un piombo che ci porta dritti in fondo.

Invece quella sera no, abbiamo deciso che è primavera.
La primavera dello stomaco, la primavera della mente.
Esci e ti mangi un gelato anche se fa freddo, o non fa poi così caldo.
Ti concedi libertà sciocche, come camminare senza sapere in quale direzione, meglio ancora, decidi di perderti. Ed è bello solo perchè perdersi, ogni tanto, può far bene.
Solo perchè uscire da un piccolo caos può farci credere che, se vogliamo, siamo in grado di venr fuori da uno ancora più grande.

E quindi è primavera, anche se non lo è.
E il tempo che gira, seppur ripetitivo, sembra ubriaco, sfalsato.
Il tempo, nella primavera (che è primavera solo quella sera e solo per te) ha un senso che vale solo lì dentro. 
Ci concediamo questa libera, scema, uscita, e lasciamo che ci prenda solo quel tanto che serve per non farci l'abitudine.
Perchè esistono persone che poi, una volta provata questa primavera, ci sono voluti restare per sempre.
E si sa che quando fai le belle bellissime cose troppo spesso, l'asticella si alza, ed è un casino tenerla così alta per tutto il resto.
Ci sono persone che si sono perse in quella primavera.
Ci sono persone che la vivevano in due, quella primavera.
E quando è stato il momento di lasciarla, hanno deciso di restarci da sole, in quella primavera.
Che di primavera, alla fine, aveva davvero ormai più poco e niente.

In questa primavera tutto è possibile, anche restare sopresi del fatto che si è capaci di uscirne sani e salvi, con la voglia di vedere se e quando ritorna, questa primavera.

Può dare alla testa questa primavera perchè, come noto, i fiori lasciano i pollini in giro, e il naso si riempie di polvere gialla, che diventa euforia, che diventa follia, che diventa "oh mamma mia".

Primavera è un posto con pochi compromessi.
Dentro o fuori. Tutto o niente.
Forse in questa primavera diventiamo tutti un pochino più giovani.
E ci godiamo il lusso di parlare senza dire niente.
Di pensare, senza veramente voler capire nulla di quello che succede, che è successo o che succederà.

Una cosa è certa, quando ci rimettiamo a letto, dopo quella primavera che può durare tre ore come una giornata, il cuscino sembra una nuvola e quando ci poggiamo la testa, alla fine, i piedi sono più alti rispetto alla linea della terra.
La sensazione è buona.
Tanto che non vedi l'ora che possa succedere di nuovo, perchè di foto ne hai fatte poche, di momenti da tenere per te ce ne sono, e anche se il giorno dopo, quando riapri gli occhi, la stagione che hai intorno non cambacia con quella che hai lasciato, un pezzetto di sole e vento caldo ti è rimasto.
Quindi se il tempo non è proprio ideale, forse alla fine quello più bello sei diventato tu.

lunedì 30 luglio 2018

La grande demenza.



Era dai tempi in cui uscì nelle sale il film "La grande bellezza" che avevo provato un fortissimo desiderio, quello di fare come Jep Gambardella e rubarmi Roma, le sue strade, i suoi vicoli, i suoi sanpietrini, per una notte.
Mentre tutti dormono, mentre tutti gli altri aspettano di svegliarsi e ritrovare quello che hanno lasciato mettendo la testa sul cuscino la sera prima.

È successo, in maniera del tutto casuale,
Ma è successo.

Nel silenzio i miei piedi (poco sobri) si sono mossi per circa sette chilometri in lungo e largo partendo dal quartiere Prati per raggiungere tutto quello che una la città maledetta ed eterna aveva da offrire.

In maniera penitente, col capo spesso rivolto verso i balconi vecchi e barocchi, osservavo tutto quello che conoscevo, conosco e mai dimenticherò.
Roma ha il piacere di regalare, a chi ha la gioia di nascerci ma non di viverci, questa tremenda penitenza.
Ti mette davanti agli occhi tutta la tua piccolezza.
Le basta semplicemente mostrarsi, per farti rendere conto di come quello sbagliato, nella testa o nel cuore, sei solamente tu. Che sei andato via. Non credendo in lei.

Più il silenzio si riempiva del suono dei miei passi e più quel rumore si confondeva con tutte le voci della mia testa. Quelle frasi che raccontano una Roma invivibile, violata, meglio stuprata da tutti, romani e non.

"La devi vivere"
Camminare sul ponte che collega castel Sant'Angelo con lungo tevere. Due occhi non bastano a metterci tutta quella roba dentro.
"Ormai non ci vivi da anni"
Via del Governo Vecchio nel silenzio dei bar che chiudono tardissimo o aprono quando ancora il giorno non ha preso a pugni i sogni che stavi facendo.
"Ormai non sai più cosa sia"
Piazza Navona, deserta. Ma davvero deserta. Dove la sola cosa che hai la fortuna di ascoltare è il suono dell'acqua. E scusate se la fontana del Bernini, da sola, vale 1400 Euro di volo da ovunque nel mondo. L'acqua scorre che ti sembra di sentire quanto sia fresca, mentre alle 3 e mezzo fanno ancora 26 gradi, ma soffia un vento leggero che più che più che aria sembra la carezza di una nonna.
"Guarda che è cambiata da quando sei andato via".
Campo De Fiori. La statua di Giordano Bruno e il mercato che si prepara.
L'odore del pane che viene dai forni, il profumo della frutta che esce dalle ceste di legno.

Quindi, Roma, ti chiedo scusa.
Anche se il nostro litigio, come due amanti che tengono il punto, probabilmente finirà solo quanto entrambi saremo più in pace di così. Anche se tu, giustamente, sei troppo bella e piena di te per cambiare anche solo di una virgola.
Scusa se non ho il coraggio di credere in quello che vedo, in quello che riesci a darmi anche solo con pochi giorni.
Scusa se non scommetto in quel senso di profond appartenenza che mi infondi.
Scusa se ti stringo come una amica fraterna ma non ti bacio come la donna della vita.
Scusa se ti difendo e basta, a spada tratta, contro tutti quelli che si riempiono del tuo apparente e momentaneo cambiamento, fallimento, meglio della tua, tanto voluta da gente rosicona, caduta.
Scusa, se tutto quello che tu mi hai trasmesso, adesso, è al servizio di chi merita solo quello che pensa sia "molto bello". E invece, al tuo paragone, è un piatto sporco di riso giallo.
Scusa se non sono riuscito e forse mai riuscirò a far valere la legge del pensiero, dell'idea de-localizzata (che vuol dire che non importa dove sei ma come usi la capoccia).

Ma grazie per essermi sempre dentro.
Per farmi sempre bene tenere a mente chi sono, quale sangue scorre nelle mie vene.
Grazie per ricordarmi che la verità sta nella fame, nella schiettezza e nella mera semplicità.
Nei vattela pià n'der culo.
Nel "stai a cercà Maria pe Roma".
Nei supplì, nei fiori de zucca.

La verità sta in quel tramonto che solo tu sai regalare, quel rosso che brucia il cielo.
Il rosso del sangue degli imperatori che hanno camminato e fatto la storia, esattamente sulle strade che ho percorso fin tanto che i miei piedi e la mia media sbornia mi hanno sostenuto.
E quando mi sono messo a letto, prima di addormentarmi, avevo vicino a me le solite due tre domande, quelle che di risposte ne vedranno sempre meno, ma con una certezza infinita. Che ti devo il mio rispetto e che sono fatto di te, che amo e voglio parlare italiano ma pensare in romanesco, perchè la voce della verità dalle mie "corde vocali" esce solo e soltano in quel modo.
E che quindi per quanto abbia una mamma genetica che amo, io, come tutti noi, sono figlio tuo.
Tuo e basta. E per questo è un privilegio.


lunedì 2 luglio 2018

22:15.it




Era qualche anno fa quando, una sera, ero qui su questo affare a scrivere il primo post da un posto diverso dal solito.
Lo avevo chiamato qualcosa.de.
Perchè in effetti (dopo anni di tentativi) ero riuscito a trovare il modo di fare questa benedetta esperienza all'estero.
La battuta più divertente che fu fatta suonò tipo:
"Sei l'esempio di come quelli in fuga non sono solo i cervelli".
La presi come una profonda manifestazione di affetto e stima.

E dopo due anni e qualcosa, forse e mezzo, sono circondato da cartoni, scatoloni e valigie.
Ancora una volta.
Perchè theEgoblog torna a "casa".

E visto che il volo corrisponde al titolo di questo post è indubbio che questo piccolo pezzo di (non) scrittura sia più che altro una piccola bilancia.

E che fai? Non te li fai due conti prima di andare via?
Non lo fanno tutti, in fondo, di tanto in tanto nel silenzio, davanti allo specchio, o prima di addormentarsi, con la guancia sul cuscino che proprio non ne vuole sapere.

Cosa abbiamo imparato?
(visto che ormai da tempo la regola è quella).


Di certo non il tedesco.
Manco mezza parola.

Abbiamo (io e questo blog) imparato che tutti i luoghi comuni su questo Paese (la Germania) sono tutti, davvero, veri.
Non sono così simpatici, non hanno un grande senso dell'umorismo, vivono nel loro format, sono inscatolati perfettamente e sanno andare avanti benissimo fin quando si rimane all'interno di quel perimetro.
Poco fuori, impazziscono, e se presi nel verso giusto, sono comicissimi da osservare.

Ho imparato cosa sia la cultura del cibo, del mangiare e del bere.
perchè qui davvero non esiste, e sì, vaffanculo alla fine ti manca.

Ho imparato quanto siamo, noi italiani, bravi ma imbecilli.
Ho imparato quanto siamo, in molto forse in tutto, decisamente più bravi.
Ho imparato come la nostra più grande caratteristica "l'adattamento" diventa anche la nostra più grande imperfezione.
Ma solo perchè fuori dai confini tricolore è un vantaggio sconfinato, all'interno si trasforma in sfruttamento legalizzato.

Ho imparato, professionalmente, che gli italiani sono individualisti e non sanno fare "sistema". Vogliamo prevalere anche tra di noi, uccidendoci come Caino con Abele.
Mentre gli altri, prima raggiungono un punto comune aiutandosi tra di loro, e solo quando si tratta (eventualmente) di spartirsi i primi tre posti (con gli altri tutti indietro sconfitti) si scannano tra di loro.

Ho imparato che i processi di lavoro alla fine sono tutti uguali.
Ho imparato (e questo mi ha fatto girare tantissimo i coglioni) che chi parla inglese dice sempre una cosa intelligenete, solo perchè detta in quella lingua. Chissà come mai, chi ha il dono di parlarla o meglio essere madrelingua può essere libero di dire una banalità dietro l'altra vedendo solo persone che annuiscono intorno.

Ho imparato che le gerarchie fanno schifo.
In Italia come in Germania, e come, probabilmente, in tutto il resto del mondo.
Ho avuto la conferma che le gerarchie uccidono la fantasia e tutto quello che dovrebbero essere alla base di un lavoro considerato creativo.

Ho imparato (e mi è piaciuto un sacco) che quando porca troia ti metti di punta contro tutto, se pensi di avere la ragione dalla tua parte, alla fine la spunti, e anche bene.

Ho imparato, sudando una camicia celeste (sia mai un colore diverso), e mettermi seduto davanti ad una persona e dirgli quello che veramente penso, quello che veramente voglio chiedere, a costo di sentirmi dire una bugia.
Ma la sensazione di vedere qualcuno palesemente mentire per codardia è bellissimo.

Ho imparato che come al solito puoi vivere in un posto per tanto tempo, ma quando vai via le persone che porterai con te alla fine non sono mai più di 5.
E che se ne hai di più sei davvero fortunato.

Di cose sceme, ho imparato a prendere le misure dei mobili, a comprare dei mobili.
Ho imparato (con gusto discutibile) ad arredare una casa.
Ho imparato ad offrentare mille pratiche burocratiche, quelle che vedevi solo di striscio, quando eri piccolo, perchè ci pensava papà.

Di cose tremendamente importanti:
ho imparato come a volte il silenzio sia una compagnia saggia.
Ho imparato sulla mia pelle ferita e ancora fresca come il tempo che passa possa non sempre solo ricucire, ma tagliare ancora più in profondità.
Ho imparato che per crescere, purtroppo, questa è veramente solo l'unica maniera.

Ho imparato che il tempo va avanti e le cose cambiano.
E la vita se ne sbatte i coglioni delle tue incertezze, dei tuoi dilemmi e delle ombre che ti porti nei meandri della testa, del cuore e del cervello.

Ho imparato, penso, tra tutte le cose, quella più importante, che un giorno è fatto di 24 ore, una settimana di 7 giorni, e che i mesi sono 12. Quindi se metti impegno su una cosa (in maggioranza) durante quel tempo, non puoi aspettarti per magia, che anche le altre si realizzino.

Ho imparato che per pura fortuna o per destino, posso essere capace di fare diverse cose che pensavo fossero impossibili o inaccessibili a me.
Con questo volevo solo dire che penso di aver fatto un millimetro verso la consapevolezza di saper fare il mio lavoro come si deve.

Ho imparato, ancora di più, che mi piace scrivere e che lo faccio un cazzo rispetto a quello che vorrei.
Ho imparato, se servisse davvero, che sono pigro e poco costante.
Soprattutto con le cose che poi so che mi riempiranno di più la pancia.
Porcatroia. Troia. Troia.

Ho imparato che sentirsi un disastro non è una cosa simpatica nella vita vera, perchè non ci sono le risate del pubblico.

Ho imparato che posso far finta di essere "open mind" quanto me pare (passo al romano con un senso) ma alla fine a me me manca Via Boccea, nel suo schifo, nel suo spensierato menefreghismo, con tutti i problemi di un quartiere popolare. 
Ho imparato che mi manca la cosa più intangibile del mondo, la verità e la spontaneità dei rapporti. 
Ho imparato che posso avere Amsterdam a due ore e andare al world press photo (meraviglioso) ma che alla fine sentirò per sempre la mancanza della romanità.
Porterò con me, fino alla fine dei miei giorni, questo maledetto meraviglioso tumore chiamato Roma, con tutte le sue metastasi fatte di gente che non vuole fare un cazzo, gente che aspetta che il mondo cambi senza alzare un dito, gente che quando cadi ti aiuta a rialzarti, poi appena gira l'angolo ride de panza perchè "hai fatto er botto per tera".
Gente che alla fine però, se de deve mannò a fanculo te ce manna.
E se sente che te devi fa na risata, te la fa fà.

Ho imparato che parlare con qualcuno che capisce di cosa parli si può trovare, e ti girano tanto i coglioni che quel cerchio tanto bello, per un niente, non sia perfetto. Quello perfetto che in realtà è fatto di due sorrisi, uno capovolto sopra l'altro.

Ho imparato che a volte bisogna solo sforzarsi di essere felici, per se stessi, di se stessi, e difficilissimo, a volte anche per gli altri. Anche quando quella felicità non è più esattamente parallela e biunivoca.

Ho imparato che per quanto tu possa cercare di voler bene alle persone, se queste sono fatte in un modo, è durissima cercare di farle ragionare, impossibile farle cambiare.
Quindi non meglio perderle, ma diciamo meglio lasciarle fare il loro percorso.

Sicuramente ce ne saranno stati altri di insegnamenti, magari dovrei solo concentrarmi di più, oppure li sto solo tenendo per me.
Non posso sempre vomitare tutto quanto. Diciamo.

Una cosa certa è che siamo davanti ad una nuova pagina bianca.
Con le solite due tre cose certe:
un lavoro, una scrivania (il che per carità, non guasta mai, anzi)
una casa da semi-arredare di nuovo
e che continuerò a scrivere (il che non so se sia un bene per voi 5 che non so perchè continuate a leggere. Se smetteste inizierei a scirvere davvero davvero tutto di quello che penso).

Ecco, se c'è una cosa nuova che vorrei imparare da domani, è che tra ciò che sto imparando e l'azione che me lo sta insegnando, ci sia un sorriso.

Posso esprimerlo sto desiderio?





sabato 30 giugno 2018

99-Australia-Sciacquone.




Se tutto quanto, vita inclusa, è un gioco di compromessi, possiamo allora trovare tutti una soluzione in questa frase:

"Scelgo il 99% di diventare il 100%".

Sembra sempre più evidente che far chiudere il cerchio nella sua perfezione, con gli anni, diventa sempre una cosa più complicata.
Nasciamo giovani, snelli, legeri, agili e veloci.
Un compasso perfetto è quello che riusciamo a fare con le nostre gambe.
col tempo i passi si stancano, i piedi si usurano, le gambe si riempiono di bozzi (o meglio esperienza) (o forse era meglio scrivere il contrario), quindi il cerchio che ne esce ne è veramente poi così pieno.

Che poi parliamoci chiaramente, la vita perfetta sembra non interessare a nessuno,.
gli imprevisti e le collissioni servono sempre.
Sai che palle altrimenti. Mica siamo a Sweetyland.
Diciamo che il compromesso storico è riassumibile in: parentesi di perfezione tra una sbavatura e l'altra.
Mi sta bene una giornata pesante se la sera posso riscoprire un sorriso di qualcuno che mi aspetta.
Posso accettare una sconfitta se prima o poi posso raccontare anche un lieto fine.

Ammessa la filosofia della mela in due pezzi, il gioco della perfezione si raggiunge mai da soli, ecco perchè (tornando all'argomento) si può scegliere il 99% di essere molto di più.

Considerando che la vita (apparentemente) è un percorso molto lungo, come possiamo sapere per davvero che la persona che abbiamo davanti sia quella che per sempre corrisponderà a noi, la persona specchio, la ricompensa unica e personale per noi stessi.
Alla fine amore è anche quello, avere davanti qualcuno che ci fa sentire orgogliosi di avere avuto la forza, la costanza e la determinazione di farla nostra.
Cerchiamo qualcosa che forse pensiamo di meritare.
Noi siamo acqua ma non cerchiamo la goccia, cerchiamo il gas o il ghiaccio, qualcosa che abbia noi dentro se stessa, ma non sia esattamente uguale.
Anche se poi, fuori dai denti, quando capita di vedere delle coppie in giro per strada, personalmente, mi accorgo che non solo a livello mentale ma anche fisicamente, chi sta insieme, sembra anche assomigliarsi.
Forse col tempo che passa non solo due cervelli diventano uno, due cuori uno, ma finiamo anche per avvicinare le nostre fisionomie l'uno a (lei) l'altra.
E forse (credo) sia bello anche quello.

Senza contare poi il discorso, vero come la morte ma sciocco come l'immortalità, del parallelismo/paragone estetico della coppia.
Lei più bella di lui, lui più bello di lei.
Cessi entrambi.
Troppo belli entrambi che fanno schifo.

Senza contare poi il grandissimo argomento masochismo emotivo fonte di prova supersonica.

Tipo, trovarsi davanti a qualcuno che non sembra esattamente la cosa giusta per noi, e probabile se non certa futura fonte di struggimento costruisce nella nostra mente, pancia e cuore una sorta di sottile certezza che ci sussurra:
"È un casino. Cazzo è lui/lei"

Futuro sbattone da carattere di merda, uguale, lo amo.
Futura gastrite da opprimente gelosia, uguale, la vorrò per sempre.
Futura incessante emicrania da puntigliosa e instancabile necessità di essere argomento portante delle giornate, uguale, non posso fare a meno di lei/lui.

Salve, sono amore, la cosa che dovrebbe farti sorridere ed essere troppo su un pianeta di zucchero, non il suo esatto contrario, ovvero (al giorno d'oggi), finire alle due e mezzo di notte guardando su whattsapp la sua ultima connessione.

Il dolore preventivo è prova inconfutabile di sentimento amoroso.
Meglio, ma forse vero, capiamo che siamo veramente cotti/scemi quando a quella persona attribuiamo tutte quelle qualità negative atte a rendere il nostro umore del tutto instabile.


"Quello/a mi tira scemo/a quando vuole".

Altra citazione a prova?
Domanda di amico o amica: "Ma sei innamorato/a?"
Risposta: "È uno stronzo/a".

Lo diciamo col sorriso, come se quella stronzaggine fosse un mazzo di fiori, una sorpresa inaspettata, un'attenzione nei nostri esclusivi e duraturi confronti.

La stronzaggine, parola intesa genericamente per ricalcare quella caratteristica qualunque insita nella persona che ci "interessa", è il marchio di fabbrica, l'anello che congiunge la nostra demenza emotiva congenita con la schiacciante verità legata ad ogni tipo di sentimento: siamo dei bambini che non crescono mai.
Tutto quello che non può essere nostro, almeno da subito, ci attrae.
Ci piace ( a chi più a chi meno) l'idea di rincorrere, l'idea di trasformare l'apparente imperfezione in assoluta e pura perfezione.
Di saper vedere dentro le persone, di saper vedere oltre l'apparenza.
Il gradimento estetico che abbiamo nei confronti di una persona ci inganna di avere il dono di leggere dietro le righe. Diventiamo capaci di saper cogliere quello che altri non vedono, in quella persona. Ci sembra, ad un certo momento, di coglierne l'essenza. La conosciamo da sempre, quella persona. 
Possiamo ridere di noi stessi, rispetto a questa cosa.
O possiamo anche accettare che vediamo, ritroviamo noi stessi, in quello sguardo.
O cinicamente, capire che ci piace, come quando ci piaceva una bambina all'asilo.
E diventiamo (con maggiore consapevolezza mascherata da finta psicologia da esperienza) dei completi imbecilli.
Quando qualcuno non ci ricambia, diventa la persona giusta, gli altri sono tutti piani B.
Almeno per un pochino.
Più proviamo il piano B più rivogliamo indietro il piano A.

Tutto questo fin quando non capiamo che la vera svolta sta nel 99%.
Perchè è in quel 1% che risiede tutto quello di cui due persone hanno bisogno, ovvero un punto percentuale in comune da costruire insieme.

Incontrare un 100% è come quando sei una nonna e ti ritrovi il pranzo (buono) già pronto a tavola. Non sei parte di quello che mangi. Sei ospite.

Incontrare un 100% forse, manco esiste.
E meno male che è così.
Ma qui, visto come si muovo le cose sulla terra, dove si dice che in Australia l'acqua dello sciaccquone gira al contrario, siamo tutti pronti a vedere le cose anche in modo diverso.



martedì 26 giugno 2018

Joe Sorren



Mai e poi mai avrei pensato di avere la possibilità di scrivere quello che sto per scrivere.
Ho inziato questo blog, anzi no.
Ricominciamo.

Se circa dieci anni fa avessi saputo che mi sarei ritrovato a porter scrivere di questo argomento, avrei pensato ad una domanda: "veramente?"


"Non pensavo che sarebbe potuto succedere a me".
Ed è strano scriverla così, sapendo che, almeno in questo caso ha un'accezione positiva, ubriaca, febbrile da quanto voluta, sperata e inattesa.

È successa una bella cosa.
Un traguardo piccolo ma grande grande è stato raggiunto.
E di dire cosa sia, quale esso sia, onestamente, non me ne frega molto.
Perchè quello che mi è sempre interessato, almeno e soprattutto in questi ultimi mesi è imparare qualcosa da ogni singolo momento che accade.
Che sia bene.
Che sia male.
Che sia lacrime di sale, o di gioia, non conta.

Ho imparato sulla mia pelle che solo chi raggiunge un risultato importante può capire veramente quanto sacrificio ci sia dietro.
Questo non vuol dire che chi non raggiunge un traguardo non sia conscio dello sforzo, ma raggiungerlo davvero rappresenta quello scarto (magari infinitesimale) che fa la differenza, che ti porta su quel punto più alto in grado di farti leggere meglio le cose. Anche perchè, senza mezzi termini, se lo sforzo profuso non porta a quel risultato, magari, serviva ancora quel qualcosa in più. Anche poco, ma serviva.

Devo dirlo, sì, per la prima volta, quello che è successo mi ha messo davanti a tante persone che mi stringevano la mano, che mi guardavano sorridendo, che mi battevano forte una pacca sulla spalla. Mi sentivo (nel mio minuscolo) osservato con ammirazione.

Sarebbe bellissimo non essere me, in quei momenti.
Vivere tutto quello che accade solo per come viene.
Zucchero quando zucchero, sale quando sale.
Invece no. A ciascuno la propria piaga, o croce.

Nella mia testa (bacata) avevo in mente tutto quel percorso che nessuno davanti a me, stringendomi la mano, poteva veramente conoscere.
Tutto quello che mi ero e sono lasciato alle spalle.
Le persone più vicinissime a me che speravano io cambiassi, io che speravo di cambiare, loro che si aspettavano che io fossi diverso o magari solo più veloce, per rendere l'attesa più breve, il traguardo più vicino e far volgere la maggior parte della mia attenzione anche ad altro. 
Il tempo ha voluto il suo tempo e niente è arrivato prima del dovuto.
E il tempo è padrone di se stesso ma anche di tutti noi.
E nell'attesa dei traguardi c'è solo una cosa certa, che il tempo passa e le cose vanno avanti. Spesso cambiando le cose. In maniera devastante.

Quindi davanti a quei sorrisi che mi venivano rivolti, pensavo che quando siamo tutti davanti alla tv e vediamo i grandi campioni che veramente fanno cose che rimangono nella storia, noi non abbiamo veramente la minima idea di quanto tempo e quali scelte ci siano dentro quelle lacrime che scendono dagli occhi verso il podio.
Non sappiamo niente. Vediamo la parte gloriosa e muoriamo d'invidia.
Come se quella fosse gratis.
Senza pensare a quanto quel nuotatore, quel corridore perde di se stesso ogni giorno nuotando 8 ore, correndo 8 ore.
Sacrificando tutto quello che il tempo non può dare oltre l'allenamento, perchè le ore sono quelle, e i doppioni esistono solo nelle figurine. 
Il girotempo di Harry Potter non puo darcelo nessuno.

E allora, siccome sono uno stronzo, sono addirittura arrivato a chiedermi:
Vale tutto questo?
Le strette di mano, i messaggi di persone che non sentivi da tempo che si congratulano, la soddisfazione per niente celata dei tuoi genitori, due cene a base di pesce freschissimo sorseggiando champagne, mentre la luna grande, serena (per una volta) e ferma si specchia sul mare quieto e caldo della sera.
Lo vale?

"Non può essere successo a me. Non può essere successo a me"
Questo mi ripetevo nel silenzio quando parlavo tra me e me, incredulo, sudato di vino.
Mi passavo la mano tra i capelli e cercavo voltandomi tra la gente i miei genitori con la semplice voglia di soffocarli nella mia stretta. Avrei voluto avere braccia lunghe chilometri per acchiapparli ovunque fossero e trascinarli a me. 

"Non può essere successo a me. Non può essere successo a me".
Pensando questa frase mi sono ricordato di quando me la sono detta mesi e mesi fa.
E ho imparato come sia tremendo che la stessa identica frase sia gioia e dolore, paradiso e inferno.
Ma che sia bello poterle dire entrambe per imparare qualcosa da tenere per sempre.

Ora sono in purgatorio, perchè nella speranza di continuare a vedere le cose nella loro verità e semplicità, sia quando sono belle che quando sono brutte, ho imparato che in ogni cosa brutta può esserci una cosa bella: perdere una persona e vederla crescere veramente altrove ti parla di continuità, del ciclo della vita e della sua forza, di amore in qualche maniera; e che in una cosa bella può esserci spazio per una cosa brutta: raggiungere un traguardo può farti sentire tanto appagato ma incompleto perchè quel traguardo si è portato via abbastanza di te.

Perciò sì, sono contento, perchè ho imparato qualcosa, e questo vale oro, anche se al tatto, era solo bronzo.




martedì 5 giugno 2018

Conversazioni di peluche.



Educatamente spiaggiato su quello che a breve sarà il mio ex divano di casa, padrone dei cuscini e acuto osservatore di tutto quello che in casa succede, ci sta Paolo.
Paolo avrà circa un anno e mezzo, un anno e due mesi, insomma, più di un anno.
Alto circa un metro e mezzo, ha gli occhi nocciola scuro e un pelo che sembra prossimo ad una bellissima sfumatura color caramello.

Ogni tanto, che ci crediate oppure no, io e Paolo facciamo delle chiacchierate lunghe e davvero interessanti.
Giusto ieri mi ha visto tornare a casa con la faccia divisa a metà.
Non ha detto niente perchè sa che se voglio dire qualcosa inizio a parlare prima io.
Stranamente nonostante fossi, come detto prima, a metà tra una bella serata e mille (ma tra tanti uno) strani pensieri, non gli ho detto niente.
Ho messo un film in tv e abbiamo iniziato a guardarlo insieme.
Lui attendeva, probabilmente sapendo che prima o poi avrei sbottato.
E così, è stato.

"Un mio amico oggi mi ha detto che forse non è più innamorato". 
E io gli ho detto che fa tutto schifo".

Non ha risposto Paolo, è rimasto in silenzio.
Ha imparato quello che ho imparato anche io da tempo: quando vuoi sapere le cose da qualcuno, bisogna restare in silenzio. 

Insomma gli ho raccontato che era stata una bella serata e che alla fine però questo mio amico aveva un sacco di nuvoloni in testa. Nonostante da giorni il sole di Dubai sia sceso su quasto angolo posh della Germania.
Era contrito, appesantito, aveva gli occhi socchiusi mentre camminava, come quando il mal di testa ti preme sulle tempie.
Nonostante sapessimo dove stavamo andando, in realtà, i suoi passi sembravano muoversi senza una direzione chiara. Fissava le sue scarpe, teneva il collo basso, a tratti.
Si giudicava per quello che aveva dentro. Si incolpava come se fosse il suo peggior nemico.

Ho detto a Paolo che sono rimasto sorpreso di tanta sincerità, o di come questo mio amico, nonostante non ci conosciamo da così tanto, abbia scelto me, per liberarsi l'anima, per togliersi un pezzo di questo peso.
Aveva un testa talmente piena di domande che il suo viso somigliava più al cerchio del punto interrogativo.
Ho detto a Paolo che quando ci siamo seduti lui, ha iniziato minuto dopo minuto a sciogliere le parole, da calce diventavano acqua.
Le cacciava dalla bocca come se stesse grattando via la carta da parati vecchia dal muro.

E insomma, ho raccontato a Paolo di come questi due miei amici stanno insieme da anni.
Delle loro avventure, di come partiti da un punto comune, si siano rifatti una vita insieme, lontano dai loro amici, lontano da ciò che più scalda il cuore. 
Lontano da tutto, ma vicini. 
A volte un mondo può essere fatto solo di due persone. 
Giusto Paolo? (Gli ho chiesto, non ha risposto).

Insomma mentre gli raccontavo di come questo mio amico smantellava il suo stomaco davanti a me, che niente davvero avrei potuto fare per lubrificare e mettere a nuovo quei pezzi, ascoltavo cercando di calarmi nella cosa.
Io, che di tutto questo, non ho minimamente idea.
Io che di vivere insieme, non ho mai avuto la minima esperienza.
Io che di scegliere una cucina, un armadio, o scegliere le ferie insieme, seriamente, ho la stessa confidenza che ha un bambino di un mese con il cubo di Rubik.

Quindi mentre il mio amico cercava da me delle risposte, mi sono solo sentito di dirgli quello che pensavo, e quello che pensavo era: fa tutto schifo.
E così gli ho detto: "Fa-tutto-schifo".

Fa tutto schifo perchè questa giostra chiamata amore, certe volte, ha davvero rotto il cazzo.
Ha rotto il cazzo perchè si prende gioco di noi. Di tutti noi.
Ci fa fare un giro, poi, finiti i soldi, ci lascia a piedi e fa salire qualcun'altro.
E vaffanculo hai rotto il cazzo, allora.

E allora, solo per un istante, ho sentito quel piccolo stronzissimo senso di gioia.
Il senso di gioia più egoista del mondo.
Ho toccato con mano il lato migliore del non avere qualcuno per cui doversi alzare, o qualcuno con cui dover programmare, qualcuno a cui (amorevolmente) dover rendere conto.

E ho pensato allo stesso modo: che-schifo-pure-quello.
E poi ho pensato: sì, però almeno così sei salvo.

Salvo dal dolore. Salvo dalle paranoie. Salvo dal futuro.
Salvo da tutto quello che quando non ce l'hai, lo immagini, disperatamente, per farti venire un sorriso; anzi, il sorriso esce fuori da solo. E lì, se non sei un cialtrone che si dice le bugie, lo capisci che quel disegno, quella foto che hai in testa la vorresti, che ti manca.
Sei salvo dall'illusione della favola.
La favola dell'infinito, dell'amore eterno.
La favola della sicurezza.

Allora parlando con Paolo (che secondo me dopo un pochino si era annoiato perchè il film era troppo più interessante) gli ho detto che volevo essere più d'aiuto di così, e che volevo quindi dire qualcosa a questo mio amico che, senza motivo, aveva scelto me per avere mezza risposta, un quarto di consiglio.

Quindi ho detto a Paolo che mi sono preso la responsabilità di dire: guarda che non muori domani.
Sì, gli ho detto così: guarda-che-non-muori-domani.

E gli ho detto così perchè intorno a me, io, vedo tanta gente che se la fa sotto.
Vedo tanta gente che cerca o scende a compromessi assurdi con se stessi.
Per paura che il tempo passi. Per paura di restare soli.
Dimenticando la sola cosa vera che conta nella vita: che senti qualcosa, se la senti veramente. Che la foto che ti fai in testa, la tua isola felice, non puoi davvero vederla se non sei in due a costruirla. Che se la vedi da solo vuol dire che non riguarda te e un'altra persona, ma solamente te stesso.
E che quindi quello non è un sogno comune, ma un traguardo individuale.

E gli ho detto che se quella foto, lui (il mio amico), la vede senza condividerla con lei, senza che sia fatta anche di quello che dice lei, quella foto non è loro due, ma solo come lui vuole essere prima o poi, non dove lui vuole arrivare con lei.

Ho detto a Paolo che mi sono sentito responsabile, subito in colpa.
Perchè chi cacchio sono io per dire una cosa del genere?
E se le mie parole fossero entrate come un veleno dalle orecchie fino a raggiungere il suo cuore.
E se le mie parole lo spngessero verso qualcosa che non pensava?
O forse aveva solo bisogno di una spinta?
E se magari lui già ha tutto chiaro, e quello che cercava era solo il modo di cacciare quel tumore fuori dal suo corpo, dai polmoni, sputarlo come catarro dalla bocca e vederlo morire a terra.

È strano, come ho detto a Paolo, che ci si ritrovi tutti qui a parlare quasi sempre delle stesse cose. Girando a vuoto come mosche intorno alla medesima merda.
Sorrisi che diventano ferite che diventano cicatrici.

Si salvi chi può.
Chi è oggi ancora così coraggioso da crederci, da metterci la faccia.
Chi è così folle ancora da credere di non sbatterci la faccia.

Ecco a dire la verità io a Paolo gliel'ho detto, che siccome io la faccia ce l'ho sbattuta, forse, il mio piccolo senso egoista, ha avuto con quella chiacchiera, un piccolo momento di gloria.
Perchè senza dubbio restarsene per conto proprio fa perdere un milione di cose, ma è altrettanto vero che non si finisce nuovamente a parlare con qualcuno avendo un cerchio alla testa grande come gli anelli di Saturno.
Non si torna a casa dovendo sorridere a qualcuno mettendo una maschera.
Certo, i problemi capitano a tutti, sta anche nella forza dell'unione superarli.

Qualcuno una volta mi ha detto: "...ma che dici?! Guarda che quando si sta insieme anni si passano milioni di fasi, bellissime e tremende, mica è sempre tutto come quando inizia".

Ecco quando questa persona mi disse questo ho provato due sensazioni:
benessere
invidia

Benessere perchè la favola allora esiste davvero, e si sa che anche le favole vivono del loro momento buio. Quindi sì, capita di dormire sul divano. Capita di svegliarsi prima e uscire sperando di non incrociare lo sguardo di una persona. Capita di non sentire quella spinta, quel fuoco. Capita.

Invidia perchè lei lo sapeva, perchè c'era già passata. E io no. E quindi, in un certo modo, non eravamo uguali. E la amavo così tanto che ho odiato che lei avesse imparato qualcosa senza di me. Odiai il fatto che non ci fosse capitato insieme.
Come tante altre cose, del resto.

Ecco allora ho detto a Paolo che penso che tra tutte le paure che si possano avere nella vita, forse, quella meno conosciuta ma più sviluppata, è quella di amare veramente.
Siamo come pesci in un oceano. Ci accorgiamo di un verme. Ci guardiamo intorno con la speranza che siamo stati i primi e soli a vederlo.
E abbocchiamo.

Talmente scemi o golosi di provare quella felicità da dimenticare quanto il rischio di sbattere il grugno (nuovamente) possa fare male.
C'è davvero tanta bellezza in questa demenza. 
Davvero tantissima poesia nella nostra romantica scemenza.


Le favole dicono che sia possibile.
Gli avvocati divorzisti ringraziano le favole dai loro lettini su isole di sabbia bianca corallina mentre sorseggiano qualcunque cosa vogliano bere mentre la pelle si abbronza.

Renato Zero canta "No, a chi amerà una volta sola".
Ma questo a Paolo non gliel'ho detto.
Anche perchè ad un certo punto si era anche addormentato.

E allora mi sono detto che magari era il caso di andare a dormire.
E ci sono andato. Senza avere un'idea proprio chiara su cosa credere e cosa no.
Senza sapere se io, come tutti gli altri, davanti a quella paura sceglierò di fregarmene di nuovo, o se volterò le spalle ad nuovo inaspettatissimo regalo della vita.

Sarò un pesciolino forte e capace di pinnare altrove, resistere alla tentazione ma restare incompleto, o goloso golosissimo e con un foro già pronto nello stomaco?

E tu?

domenica 27 maggio 2018

Rossi? Presente.




Esistono dei piccoli desideri scemi che ognuno di noi si porta dentro.
Non sappiamo esattamente da cosa dipendono, o meglio, di quale parte di noi siano figli, sta di fatto che esistono, si nutrono del nostro essere, in profondità e, di tanto in tanto, bussano.

Il piccolo desiderio scemo di questo post è il seguente: rivivere una settimana di scuola.
Una settimana al liceo.

Tornare oggi, dopo tanti (non tantissimi) anni e ritrovare le stesse persone con le quali hai condiviso una parte importante della tua crescita.
Ma con un cervello (speriamo) completamente diverso.
Forse migliore, forse peggiore, comunque cambiato in qualcosa.
Affrontare quella settimana con delle scadenze che hai dimenticato, ma che sono state la base della tua formazione.
Le interrogazioni sono diventate riunioni.
Il compito in classe, la presentazione al cliente.
La consegna, la promozione a fine anno.

Riprendere il motorino e svegliarsi (mai in tempo) per entare alle 8.30 spaccate.


Ritrovarsi in quel banco, circondato da facce tanto diverse ma così note.
Osservare come il tempo abbia lavorato e stia rendendo le curve meno dolci.
Vedere chi ha perso o sta perdendo i capelli.
Ridere sui chili di troppo.
Commuoversi sfogliando le foto dei figli.

Vedere se la scuola, a suo tempo, stava raccontando la verità sul potenziale di ognuno di noi.
Quanti di quelli che sembrano dei fenomeni, dopo la scuola, che imponeva loro un ritmo, si perdono per una naturale incapacità di saperseli dettare da soli, i medesimi ritmi.
Chi invece in questa libertà trova la via per espriemersi e scrivere la propria storia.

Aspettare il cambio dell'ora per raccontarsi nel tempo.
Per rivivere il passato celato in una coniugazione latina, in una equazione.
Respirare l'odore del legno dei banchi.
Cercare delle scritte che avevi lasciato nel bagno, in un momento di dispiacere, felicità, sciocco e immotivato vandalismo (diciamo una simpatica bravata).
Sperare che i bidelli, o il bidello, con il quale ti fermavi a parlare dalle 11.15 alle 11.30 (pausa medaglione) sia ancora lì.
Il tuo tempo passato è anche il suo. Probabilmente non lo troverai.

Ripensare al tempo speso in quell'aula, in quel corridoio.
Ripensare alle preghiere, alle ansie, ai momenti di incontrollata esultanza per un sei rubatissssssimo in latino, per un 5 (meno meno) in matematica.
Complimenti! Ottima scelta il liceo scientifico, comunque.

Rivedere i professori ormai quasi come amici, a cui raccontare cosa ne è stato di te durante tutto quel tempo e dirgli "grazie" per qualcosa che ti hanno insegnato semplicemente mentre stavano parlando di tutt'altro.
"Tutt'altro" ovvero ogni cosa di cui è fatta la vita.

Dover tornare a casa, mangiare, e rimettersi sui libri.
Fare, meglio leggere e studiare, cose che davvero non ti interessavano, peggio, non ti piacevano.
La Fisica. Una versione tangibile della noia. Un assaggio di inferno sulla terra.

Girare per i corridoi guardando le insegne sulle porte, nel silenzio rispettoso della conoscienza che in quegli edifici costruisce le sue basi.
1A-2B-5C
Per ognuno di quei cartelli c'era un pensiero diverso:
"Oddio non vi passa più"  
"Mamma che botta la maturità. Pensa quando tocca a me".

Provare con il tempo il passaggio da non conoscere nessuno, quando sei appena entrato, a non riconoscerti più in nessuno, perchè sei ormai "grande" rispetto a tutti e stai per congedarti.

La sberla della generazione che arriva.
Essere in quinta (o quinto) e vedere i piccoli che entrano.
Pensare che eri anche tu così.
Vederli così poco impauriti, così poco rispettosi.
Per quanto la citazione non sia aulica Totti in un'intervista disse che quando era appena arrivato alla Roma, chiese il permesso per entrare nello spogliatoio della prima squadra.
E disse che questo ora accade raramente.
Cose importanti che si vanno perdendo.

Ecco, contare i giorni che ci separano dall'esame di maturità vedendo arrivare la nuova linfa, la giovane vita, che con il mento alto sifdano l'ignoto. 
Sfrontati, pieni di energie, figli del vento che soffia forte, dell'entusiasmo, della più totale incoscienza.
L'ignoranza è meravigliosa a volte, distoglie dal calcolo, ci rende istinto.

Essere salvati dalla campanella.
La penna che scorre lungo il registro.
L'appello.
Il patibolo degli interrogati.
La faccia che diventa viola quando sai di non sapere.
La giustificazione.
Il torcicollo da "mi passi sto cazzo di compito di merda?!".
L'occupazione.
L'autogestione.
La firma falsa.
Le interrogazioni programmate.
Il concetto di "persone di merda" (quelli che non vengono con l'interrogazione programmata).
Un bacio in palestra quando non ci sta nessuno.
Il diario delle "femmine".
Il diario dei maschi (un foglio in bianco).
L'odio per il secchione.
La gita di fine anno.

"Guarda che gli piaci a quella della terza B!"
"Ma che ne sai?"
"Me l'ha detto una sua amica prima a ricreazione, dice se le chiedi di uscire".
"Ma che stai a dì? Quella è più grande".
"Eh mejo così svorti proprio".

"Madonna quanto è bona quella del quinto C"
"Se stai bene così, non c'hai manco er motorino. Uscite co l'autobus?!"

Entrare in seconda.
Uscire in quarta.
Saltare religione.
Smettere di fare educazione fisica perchè sudi e fa schifo.
Smettere di studiare fisica con l'approvazione silenziosa della prof (che c'ha messo na pietra sopra con te).

Iniziare a scrivere perchè ti sei innamorato.
Continuare a scrivere anche se non lo sei più.

La prof di Inglese che si congeda per maternità.
La prof di italiano che cambia sede.
La nuova prof di Italiano che merita di essere cementata.
La nuova prof di Inglese alla sua prima esperienza. La rivolta del popolo operaio.

Non studiare storia dell'arte.
Amare storia dell'arte.

Il tema di italiano che è cambiato con il nuovo ordinamento.
il vecchio ordinamento che ti piaceva troppo.
La scuola che cambia mentre ci sei dentro e non capisci perchè.
Cresci e non te ne rendi manco conto.

"Tardani e Bakie lasciano la classe uscendo dalla finestra prima del suono della campanella".
Scusate è personale ma bellissimo. Nota sul registro. Che darei per averla ora, con me.

I capelli prima lunghi, poi rasati, poi lunghi, poi solo come volevi.
I jeans stretti (che schiacciano ogni cosa rendendo i ragazzi pronti al canto in falsetto in ogni momento) che diventano bracaloni, che diventano tuta che diventano quello che trovi al volo prima di uscire che eri già in ritardo dieci minuti fa.

"Fa caldo aprite la finestra"
"Oddio che freddo dentro sta classe".

L'aula bunker (la chiamavano così perchè non aveva alcuna finestra). 
Si stava sempre con le luci accese.
A giro, sarebbe toccata a tutti.

La lavagna e il gesso.
Il lancio randomico e assassino del cancellino.
Il cancellino che finisce sugli occhi di qualcuno. Ovviamente quello munito di occhiali da vista.

Quelli sempre single.
Quelle sempre fidanzate.

"Non esci mai con noi"
"Gli amici di classe sono amici solo dalle nove alle tredici". 
Una legge silenziosa verissima e mai scritta.

Giugno. L'afa.
Telefono che vibra, sms, "Sbrigate che so usciti i quadri".
"A quello gli ha messo sei, c'aveva quattro, a me manco sette e avevo sei e mezzo".
"Ma che l'hanno promosso?"
"Oddio l'hanno bocciata!"

I crediti, i debiti.
Meno male che lo spread non era ancora così famoso, a suo tempo. 


"Chi vuole andare a Praga?"
"Ma tu che porti per materia a scelta?"
"Ma che fai all'università?"

La sera prima del primo primo giorno di liceo.
La sera prima della maturità.
Cesare Pavese di merda, lui, la luna e tutti i falò.

La cena di classe, ogni anno. Due settimane per organizzare una pizza.
Gli amici che poi tieni per sempre. 
Gli altri che perdi e che riguardi su facebook per capire che ne è stato di loro.

Quelli che si vedevano lontano un miglio avere davvero una marcia in più.
Quelli che di marce non ne avevano proprio.
Quelli che sorprendono, i più belli, perchè il tempo ha dato loro quello che altri non sapevano vedere.

Il preside nuovo che il primo giorno di scuola fa il giro delle classi per dire "buona scuola".
E quando se ne va ti guardi col compagno di banco per dire "cazzo vole questo?".
Perchè l'entusiasmo a scuola è sempre confuso con il controllo e la poca flessibilità.
L'amore per quello che si fa, ai più, confonde, infastidisce.

Il primo giorno a scuola col motorino.
Niente, in ritardo anche in quel caso.

La prof che un giorno come un'altro entra e invece di fare lezione inizia a raccontarti che essere grandi è difficile, che le persone possono anche non amarsi per sempre.
E tu pensi che ha i cazzi suoi, ed è vero, ma ti sta anche insegnando a campare.

Vedere "Il postino " di Troisi in classe perchè la prof di italiano ci sta dentro.
Usare un testo di Battisti come fosse una posia per insegnare cosa sia un enjambment, sempre perchè la stessa prof di italiano ha capito come si insegna, e nessuno la ferma più.


"Sua mamma sta male".
"È morta la nonna".
"Si sono mollati. Anzi l'ha mollata lui dopo due anni".
"Ma stanno insieme?"

La prima volta.
La seconda volta.
La volta che inizia a diventare familiare e ci prendi gusto.

La volta che lo racconti.
La volta che non lo vuoi raccontare.

E poi crescere, che palle crescere.
A suon di voti.
Di tonfi e lividi.

Smettere di andare a scuola, smettere di avere uno zaino sulle spalle.
Inziare a portare quello invisibile, dove dentro ci sta tutto.
Tutto quello che ti serve per rispondere, per capire, o almeno per cercare di inquadrare le cose.
Sentirsi grandi, quando lasci la scuola.
Sentirsi di nuovo piccoli, quando entri all'università.
La nostra dimensione non dettata dall'età ma dall'esperienza.
Quando non sai, sei piccolo. 
Quando inizi qualcosa per la prima volta, sei piccolo.
E ti rode il culo. E la vita sta in quel rodimento.
Tu sei quella fame, quel fuoco, e non saprai mai quanto quell'ardore ti aiuterà a campare.

E la giostra si accende.
Il giro ricomincia.
Tua sorella entra in primo liceo.
La guardi con un ghigno strano. Un sorriso malinconico e beffardo di "chi sà", ma non ti vuole raccontare.

"Me lo potevi dire!"
Te lo dice lei quando capisce che avresti potuto evitargli un colpo.

Lo dici risentito a tuo papà quando senti che avrebbe potuto evitarti quella mattonata.

Niente cambia il fatto che chi ha sbattuto la faccia, e ti vuole bene, non ti evita il colpo, ti sta vicino ad ammoritzzare il dolore.
Perchè chi ti vuole bene sa quando è il caso di difendere e quando è il caso di curare.

E poi, oggi o domani, o lunedì tornare a scuola per una settimana.
Non attaccare più gomme sotto al banco, non copiare alla svelta quello che non hai fatto il giorno prima, cinque minuti prima della lezione. Primi momenti di sopravvivenza..

Tornare per vedere quanto sono alti i banchi.
Quanto sei alto tu.
Tornare per essere consapevole.
Perchè quando eri lì, quel momento era la tua vita di tutti i giorni e, forse, non eri così attento, e magari adesso lo saresti di più. E questa cosa non ti va mica tanto giù.

E poi sì, alla fine, fare pure una bella foto tutti insieme.
Che fai? Non la fai la foto di fine anno?