mercoledì 5 gennaio 2011

Contrari

Ok, ci proviamo. Non è facile, in diversi sensi. Una bella sfida.
Proviamo a salire sul toro impazzito.
Argomento del giorno: Odio, inteso come sostantivo; Odiare, inteso nella sua forma verbale infinita.

La giusta definizione di partenza viene data e ripresa nella sua totalità (in questo post) dal dizionario Treccani (sott'olio, in mostra, al Macro).
Il dizionario enciclopedico per antonomasia definisce questa parolina tanto usata e abusata come quel sentimento che può essere provato verso altri o verso se stessi.
Il modo corretto per descriverlo è: avere in odio o nutrire odio per qualcuno o qualcosa, desiderandone il male.
Per qualche astruso motivo a questo blog piace più il secondo modo di atterrare sul sentimento, ovvero il fatto di nutrirlo. Per qualche motivo, anche più scellerato, possiamo immaginare l'odio come una bellissima pianta, con un fiore enorme, colorato, rosso, nero con tante minuscole puntine gialle, assassine.
Una pianta incantevole, carnivora, il cui fiore è sostanzialmente una bocca che, spalancando i suoi petali morbidi, lascia spazio a fauci infami e velenose, mangia insetti, mangia uomini, avvelena sogni.
Un fiore che incanta, che seduce e chiama, dal gambo tenero, avvolgente, che poi usa per stringere fino all'osso, per strangolare, togliere il fiato, annebbiare la vista e farti suo. Petali che muovendosi, soffiati dal vento, danno vita ad una dolce melodia, un richiamo per le orecchie dei poveri esseri umani, o peggio, per quelli che non sanno pensare, per quelli che si lasciano abbindolare, per quelli che non si fanno le domande giuste, al momento giusto, ma si fanno quelle sbagliate, al momento giusto.
Di solito, nella vita reale, le fantasie di queste sciocche e inutili parole non si verificano mai, quindi, questi fiori prendono forme diverse, e riconoscere i fiori, mascherati, non è facile per niente.
Ci lasciamo ammaliare e mordere, lasciamo che il veleno entri in noi e, felici ed euforici, aspettiamo che faccia il suo lungo viaggio dentro di noi, facendoci credere che niente, dopo quella dose, sia tanto bello, tanto vero, tanto degno di essere seguito, approfondito e rispettato.
Inevitabilmente il veleno, finito il suo corso, ci lascia a terra e il risveglio è pieno di rabbia, cugino di sangue dell'odio.
Segnati, crediamo che questa possa passare e, come portatori sani, andiamo in giro per la città, portandolo anche nel cestino del pranzo.
Non vogliamo offrirlo. Non è buona educazione.

Agisce nel silenzio l'odio, nascosto dietro un angolo, tra le pieghe delle lenzuola di seta, nei cassetti della memoria, nelle sillabe e nei soffi di vento, all'ombra delle pieghe del nostro cervello, veloce come sinapsi, irradia e costruisce circoli viziosi, che come una eco infinito si ripete, rimbomba nel silenzio, ripetendo se stesso e ricordandolo. Sottile, striscia e graffia e punge e strazia senza mai saziarsi di noi. Ci consuma.
Diventa tangibile in piccole espressioni, lampi, occhi si spremono, la pancia si rivolta, i pugni si chiudono pronti per attaccare, invece bugiardi cercano solo di difendersi.
Non c'è rimedio, non c'è salvezza, non c'è aria.
Forse invidia, delusione, disillusione, rispetto dovuto e mai ottenuto, questo scriverebbe forse il medico di base, senza però saper lasciare una medicina corretta su quel blocchetto che tiene sulla scrivania in legno di ciliegio. Lui, il dottore, può tutto, quando è qualcosa di misurabile, qualcosa che conosce, qualcosa che ha studiato e per la quale conosce bene sintomi e metodologie curative, questo perchè il raffreddore si manifesta a tutti nella medesima maniera, è universale, come il modo per mandarlo via.
Puoi usare la sua ricetta, alleviarlo con uno spruzzino per il naso o latte e miele la sera prima di andare a dormire, ma anche la cosa più dolce nulla può contro l'acido che la rabbia deposita in fondo allo stomaco.
Bile, verde maledetto, è la sua punta di colore.
Puoi provare a sfogarla, su un sacco appeso in camera, su un foglio con la matita, su una pagina bianca con la penna, ma i pugni come la mina e l'inchiostro sembrano non avere mai fine. Più picchi, più disegni, più scrivi e meno sembra dare sollievo. Allora credi sia il momento di fermarti e pensare che, forse, la strategia è quella sbagliata, forse, non è questa la cura, non è questo il modo di venirne a capo.
Provi ad usare la testa, lei, razionale, che spesso ti è venuta in aiuto saprà dirti qualcosa di nuovo, diverso, utile. La ascolti, in silenzio, sei a lezione, con un'insegnante davvero particolare e forse lei ti stava già sussurrando qualcosa da tempo, accompagnandoti, come l'insegnante di sostegno in una nuova stanza, quella in cui la razionalità poco è importante. Seguendo il corridoio che dalla pancia ti aveva portato alla testa, ora ritorni indietro, fermandoti a metà strada e arrivi fino al centro, in quell'aula che si chiama cuore, generatore di sogni, di avventure, di amore e di odio.
Una volta davanti a quella porta, il cervello ti lascia entrare, restando fuori, come Caronte, quella massa grigia può solo accompagnarti.
Ora dentro, dall'altra parte del fiume, in quella stanza, davanti alla tua risposta riesci a capire che la fonte di quell'odio è solo il riflesso storto, come la luce nell'acqua, del suo opposto, l'amore, espresso in bene.
Stupito, riconosci che gli opposti a volte, nell'eccesso, sono fratelli adottivi.
Pensa a quante volte dire di odiare qualcosa o qualcuno sia stata la manifestazione più forte del suo esatto opposto. A quante volte quel "ti odio" pensato o tirato con la frusta fuori dai denti, appoggiato ad una cosa o ad una persona con la lingua biforcuta volesse invece nascondere quanto di più bello e contrario sentivi.

Già, succede.
E in quel caso che facciamo?

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