giovedì 18 febbraio 2016

Macchiette.



Qualunque sia il ruolo che abbiamo su questo palcoscenico, c'è qualcuno che sa, più di ogni altro, renderci personaggi, diciamo, particolari.

Lei, dalla mano pesante e leggera allo stesso tempo
a volte tremendamente tagliente pur essendo così sottile
l'ironia fa di noi
vincitori morali
perdenti su tutta la linea
fortunati o sfortunati,

ma il miglior ruolo che ci fa recitare è la macchietta.

L'ironia muove le persone, le cose, muove tutto.
Il sole e le stelle, anche gli animali.
Ci fa cadere una cacca di piccione in testa subito dopo essere scesi dalla macchina.
E qualche minuto prima avevamo tagliato la strada ad un signore anziano che attraversava impaurito un incrocio.

L'ironia vuole che le nostre lacrime si compensino quando, a 15 anni, il tipo che ci piaceva e che non ne voleva di uscire con noi prende continuamente il palo da un'altra.
Forse, lei, lo sta facendo anche per noi.

Siamo macchiette quando inevitabilmente arriviamo ad un colloquio e chi ce lo sta per fare è lo stesso a cui abbiamo sporcato le scarpe di pelle con i nostri scarponcini salendo sulla metro.

Siamo delle macchiette quando, dopo qualche tempo, passeggiando in centro, ecco fatto, lo rivedi, diventi bordò, ti manca l'ossigeno e stai per morire.
Il colpo di grazia te lo da la sua nuova fiamma che sbuca dal negozio facendogli vedere una cosa.
Ci piace credere che “è la vita che va avanti“ sia il modo per esorcizzare il tutto, ma sfortunatamente quello è solo il primo tempo di un film del quale il copione lo abbiamo accettato a scatola chiusa.
Uscendo dalle sante cosce della mamma adorata.

Situazioni macchiettasse vestite di tragedia?
Mio fratello si innamora della mia ragazza.
Lei pure.

Un ragazzo fa outing dopo che ha conosciuto il migliore amico della fidanzata.

Sostengo un esame. Il professore è il padre della tipa con la quale ho una relazione di solo puro e spudorato sesso (in macchina). Lo scopro in sede d'esame perché lei ha dimenticato le chiavi di casa. Le viene a prendere dal padre.

Ti ritrovi una sera a casa di amici, a tavola anche con persone che non conosci.
Al tuo fianco una ragazza che hai visto la sera prima in un locale limonare durissimo con un tipo. Lei, ovviamente, chiama amore un tipo diverso, quello che sta tra te e lei.

Piove, di brutto, ombrello piccolo. Schivi una pozza e pensi “che culo manco l'avevo vista“, non fai in tempo ad arrivare alla “a“ di manco che uno col motorino ti fa la doccia.

Anni che ci piace una (fingiamo di essere tra medie e liceo, il contesto è più appropriato), prendiamo il coraggio, perché lei nemmeno se lo immagina. Andiamo con un cd, con quella canzone che inevitabilmente hai legato a lei.
Quando arrivi un tizio su uno Scarabeo 50 (anche mezzo coatto) glielo regala appena la vede uscire dal portone. E lei si scioglie come fosse gelato nel deserto.

Sempre lui, cresciuto ( e recidivo) all'università.
L'ha guardata, lei, per tutti (o quasi) i corsi che ha fatto.
Sceglieva le lezioni in base alla possibilità o meno di incrociarla.
Quel giorno lui, non regge e va da lei, che è anche assistente del professore.
E' lì davanti quando sente lei bisbigliare col professore.
Meglio non scrivere cosa odono quelle orecchie.

Insomma ecco.
Non prendiamocela con noi stessi.
Con il nostro poco o tardivo coraggio.
O con tutto il resto.
Perché alla fine esiste anche la parte della macchietta felice.
Davvero?

No, manco per niente.
C'è solo un disegno.
Del quale siamo completamente ignari
Che qualcuno ha già disegnato, che qualcuno osserva e se la ride.

La cosa migliore è che il più delle volte siamo convinti di poterlo mandare noi
da qualche parte
questo disegno.

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