venerdì 18 marzo 2011

Urina


Poniamo che siate lettori dalla grandissima comprensione.
Poniamo che ognuno di voi sia nella possibilità, capacità di sapersi immedesimare, saper capire e, volendo, giustificare.
Le sventure capitano, il più delle volte, a chi è fesso, distratto o, positivamente parlando, un pochino coglione.

Sera tardi, esci da casa di un amico, avete lavorate fino a tardi.
Lunedì, lampioni accesi, asfalto bagnato e serrande chiuse. I passi schiacciano la gomma delle scarpe che scricchiola sul marciapiede stanco. Si riposa, silenzioso.
Hai il cervello stanco e annebbiato. Immagini il sole, il mare, pensi al caldo che intorno a te non c'è, pensi al mare che raffredda la pelle bruciata, pensi alla crema che protegge, pensi alla condensa che diventa acqua che scende suadente da una lattina, quella vicina al tuo lettino, pensi al vento, a quel soffio di vita che scalda e rilassa, pensi ai viaggi, a quelli che hai fatto, a quelli che farai e pensi che avresti dovuto fare la pipì prima di uscire da casa del tuo amico.
Pensi che adesso la diga è piena, pensi alla coca cola che hai bevuto, immagini una crepa nel cemento e vedi un rigagnolo d'acqua che, vittorioso, si fa spazio in quella scorciatoia verso la libertà.
Il fiume in piena, la forza della natura contro l'argine artificiale creato dall'uomo.
Limiti, creati dalla mente, acqua, nella vescica che inizia a chiedere pietà.
Ragioni nevroticamente sulla strada che dovrai fare per arrivare a casa, nel tuo bagno e trovare pace, lasciare che la natura abbia il suo giusto sfogo, respirare.
Capisci che la strada è troppa. La tua resistenza non sarà mai abbastanza forte, sai che l'acqua si dirama, entra anche negli spazi più piccoli, penetra, filtra, irrompe.
Te la farai nei pantaloni. Non è il caso. Pensi che è tardi, che è buio quasi in ogni angolo della città e che, almeno per questa volta, puoi farla per strada.
Sei un maschietto, hai questo privilegio, hai una fortuna, che la stessa natura che ti mette con le spalle al muro costringendoti a liberare le acque, ti ha munito di uno strumento facilmente utilizzabile in questi casi. Non hai bisogno di sederti, nà.
Cerchi di calcolare dove imboscarti per non farti notare. I cagnolini la fanno per strada, non gli essere umani che dovrebbero aver superato i primati. Gli alberi sono per i quattro zampe non per i bipedi, stessa cosa vale per i marciapiedi, per gli angoli tra una via ed un'altra.
L'occhio cade su un mucchio di cartoni, ordinatamente lasciati davanti ad una serranda chiusa all'angolo della strada.
Pensi che il cartone assorbirà, che non lascerai tracce di questo crimine. Nessuna prova, la coscienza è salva. Eddai, è solo pipì, che sarà mai, una volta nella vita l'hanno fatta tutti per strada. Sono stati tutti abbastanza sbronzi da non tenerla, tutti così poco intimi da liberarsi in giro per la città. Succede, chiunque potrebbe passarci sopra.
Ok, il compromesso ti funziona e sei vicino ai cartoni e senza aspettare, guardandoti intorno, sbottoni, e la cascata ti libera. Riprendi fiato e nel silenzio sembri una fontanella con le gambe. Preoccupato speri che non passi nessuno. Succede sempre così, le persone sbucano sempre quando non dovrebbero. Se fossi stato lì ad aspettare qualcosa, qualcuno, non sarebbe mai passato nessuno, invece, quando sei con il tuo coso nelle mani, quando l'imbarazzo può essere lo spettacolo e tu il protagonista, il pubblico si presenta sempre, anche senza il biglietto.
Ti guardi intorno e facendo attenzione, scopri quello che non avresti mai voluto.
Osservi bene l'ordine di quei cartoni.
L'occhio si concentra, la pupilla si allarga come la macchina da presa e lascia spazio ad un campo largo, alla visione complessiva della cosa, il cervello fa due più due, la realtà si svela, e, ad aiurarti è una piccola copertina di pile a scacchi nera e verde.
Qualcuno che ha fatto di quell'angolo casa sua per quella notte si sta beccando la tua pioggia, oltre a quella che già era caduta qualche ora prima.
Hai voglia di tagliarti quel coso tra le mani.
Un pugno nello stomaco.
Il senso di colpa ti sta già prendendo a calci nel culo.
L'imbarazzo ti rimanda dritto nell'utero materno. Vuoi sparire. Sciocco insensibile disattento ragazzo imbecille col cervello annebbiato e stanco.
Non può essere vero. Non può esserti successo. Non a te.
Avevi solo un bisogno impellente e una miopia congenita. Pessimo mix.
La copertina è vuota, la culla nella quale qualcuno avrebbe dovuto passare la notte sembra vuota e ti senti salvo. Tremendamente in colpa, ma in salvo.
"Faccio alla svelta poi giuro che chiedo scusa al vento fin quando non sono sotto le coperte", questo è quello che vai a pensare.
Ma il destino non te la perdona, e prima che tu possa tirare su la patta senti una voce rauca, che strilla, che biascica. La voce ti invita a voltarti.
E' un signore sporco, dal viso segnato, dalle mani ruvide, piene di fatica, di soitudine e di una vita che non conosci, ma che adesso ti insegnerà.
Lo farà con quel manico di scopa che tiene, spezzato in due.
Sì, hai paura. Diventi immediatamente lucido. Sei un buono. Non può finire così per te.
Non volevi, hai sbagliato, questo il destino lo sa benissimo e nel peso della bilancia questo ha la sua importanza.
Non hai molto tempo per pensare perchè le urla ti raggiungono e i passi del signore sono più veloci del vento che trascina quelle parole sconclusionate dritte nel tuo orecchio.
Taglienti si fanno strada nel tuo cuore e macchiano. Ti senti un verme.
Al signore dal maglione infiltrito pieno di macchie non importa.
Ti ha visto, sa perfettamente cosa stavi facendo e, forse, non crede nell'equivoco. Crede che tu, come tanti imbecilli, ti volevi prendere gioco di lui.
La rabbia si lega allo spavento e all'alcol che probabilmente gira nelle sue vene.
Hai le parole dalla tua parte e una lucidità che si è immediatamente riaffacciata nel tuo cervello.
Mani in alto, penitente, imprechi il suo perdono.
Un fiume di parole che servono solo a ritardare il momento in cui lui arriverà a brutto muso ad un palmo dal tuo naso.
Sentirai il suo odore. Meglio, la sua puzza di città, di una vita che magari non aveva immaginato così, che esiste esattamente come la tua, ma presa dall'altra parte della medaglia.
In cuor tuo sai di meritarti le sue brutte parole, sai che se fosse tuo nonno ti chiederebbe di mostrargli il palmo delle mani per sferrarti il migliore degli insegnamenti.
Ma lui, di certo, non è tuo nonno.
Non vuole educarti, vuole fartela pagare, perchè non sa chi sei, non sa che sei "un buono", quindi i suoi insegnamenti sono quelli della strada, quelli che lasciano segni diversi, profondi.
Chiedi scusa, usi la forma, parli con lui dandogli del "lei", ma l'effetto non è quello sperato. Lui accusa te, il suo pugno stringe quel manico di scopa e ti accorgi che le sue parole montano la rabbia, che quella stretta per poco riuscirà a trattenenrsi, a fermarsi, infatti sferra il primo colpo, che pari con l'avanbraccio. Continui a chiedere scusa, ma lui è incazzato e ubriaco, non capirà mai il tuo senso di colpa, o forse, non vuole capirlo.
Ti scusi e ti allontani. Ti allontani e ti scusi. Ancora e ancora.
Lui ti segue. Ti allontani più velocemente. Lui ti segue. E la cosa si fa brutta.
Ti fermi. Sei deciso adesso. Pensi che forse rispondere all'attacco potrebbe essere un modo per farlo fermare e poi richiedere scusa. Ma quello che succede è ancora più veloce dei tuoi pensieri e il secondo colpo arriva prima del previsto. Il gomito, ha colpito il tuo gomito. Ti arrendi. Non sentirà le tue scuse. Ti senti in colpa. Ma non resta che lasciar perdere e camminare veloce, al limite della corsa. Ma lui sembra volerti venire dietro. Fin quando di punto in bianco il suo sguardo cambia.
Le tue parole hanno fatto breccia, probabilmente è la tua espressione colpita dopo la seconda randellata che gli fanno capire che le prenderesti ancora piuttosto che fargli capire che è stato un errore, che sai di meritarle, ma che non volevi davvero.
La sua rabbia diventa rassegnazione, la rassegnazione tristezza, è desolato.
Il volto lascia spazio a tante rughe diverse. Smette di ringhiare. Ripone i canini e le sue parole diventano commiserevoli.
Ti fermi. Pace. Calma. Fiatone. Fumo dalla bocca. Silenzio. Un strada buia nel cuore della città. Due occhi che incontrano gli altri. Un momento pieno d'imbarazzo, triste.
Abbassa le braccia e ti dice che non dovevi, che quella è casa sua, che tu hai una casa, che non puoi, che dovevi stare attento e che lui lì dentro ci vive.
I colpi ti facevano meno male.
Se solo avesse saputo che quelle parole potevano fare così male non avrebbe alzato nemmeno un dito.
Ti porge la mano. Ti chiede scusa. Tu non ti fidi. Alla fine te le ha appena date, ed è sempre bello sbronzo. Però non puoi non accettare e gli dai la tua.
Hai pisciato in casa sua e ti sta chiedendo scusa della reazione, certo sopra le righe, ma del tutto plausibile.
Se qualcuno la facesse in camera tua gli daresti un bel "cartone" immediatamente, non dire di no.
Le sue mani sono di carta vetrata, gonfie e sporche. Unghie ingiallite, unte, nere.
La sua stretta è sincera, forte, vera.
Ti chiede dei soldi. Cerchi in tasca. Non ne hai. "E ti pareva" pensi.
Ti dice che non importa. Ti dice "ciao". Si volta di spalle. Ti lascia lì, appeso. Uno stocafisso.
Senti che ti fa male il gomito. Fatichi a muovere il braccio. Ti passerà il giorno dopo.
Il ricordo no.

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