martedì 7 aprile 2009

61.

Come sempre sono sul bus 61 per andare in agenzia. Ma questa mattina è stato tutto diverso. Mentre sono con la testa poggiata al finestrino e mi godo il sole sul viso cercando di svegliarmi, il bus si ferma regolarmente alla sua fermata. Sono con lo sguardo rivolto verso la coda del bus e non posso vedere chi sale dal centro.
Dal silenzio si alza una voce forte, ferma, una voce maschile. Una voce non giovane, dall'inconfondibile accento siciliano. "Signori" è il suo modo per richiamare attenzione.
Ho pensato ad un avviso del controllore. Come mi sbagliavo. Con la voce rauca forte e incazzata, il monologo continua "Sono un ex lavoratore, licenziato insieme ad altri 15 mila dipendenti. Trattati come bestie, mandati via senza un sussidio". Non è una cantilena la sua, le parole scorrono lucide dalla mente infuriata alla bocca che le sputa come un cannone fa con la palla, risuonano nel bus e la gente non può che ascoltare, perchè in fondo oggi, la sua storia riguarda tutti noi, e lui procede perchè ha finalmente l'attenzione di molti.
"Ho 2 figli, sono venuto tempo fa dalla Sicilia, e prima ci rispettavano perchè eravamo lavoratori seri, adesso ci cacciano come fosse nulla, prendendo extracomunitari perchè gli costano meno e perchè non fanno mai domande e non chiedono alcun diritto in cambio. Avevano parlato di un sussidio. Mai arrivato.  Noi siamo qui ancora ad aspettare, invece il governo il sussidio lo concede agli extracomunitari (in questo ovviamente c'è anche una sua personale versione dei fatti), come faccio con due figli? De Mita che guadagna 83 milioni al mese, compra una casa l'anno, e noi, per comprare una baracca dobbiamo fare un mutuo di trent'anni." Mi volto perchè devo vederlo. Lui è lì in piedi, faccia ruvida, fronte larga, avrà avuto forse 60 anni, ma in corpo più forza di me, la bocca e i denti rovinati, le mani grosse, gonfie e secche ma, per la grinta, avrebbero strappato un albero da terra. Parla con lo sguardo fisso verso ogni persona, non lo perde nel vuoto, non vuole colpevolizzare, vuole farci entrare in un problema, non vuole la nostra carità, vuole comprensione. "Guardate, sono costretto a rischiare, se volete chiamate la polizia, rischio di finire dentro per accattonaggio, ma non ho paura. Chiamiamola anche per tutti coloro che rubano i nostri soldi signori, chiamiamola per ogni furto che stiamo subendo". 
Arriva la mia fermata, mi avvicino e lo aiuto come posso, lui continua a parlare e avvicinandosi ad un signora continua "Se vuole chiami la polizia, è qui vicino, non mi importa mi farò sentire ancora e ancora, fino a P.za Duomo signora".
Scendo e corro verso l'agenzia, corro per non dimenticare le parole esatte che ha usato. Aveva il più bel testo scritto nella mente, quello che esce dalla pancia, parole che entrano come un coltello caldo nel burro, che scavano dentro e che lasciano il segno e che, senza mezzi termini, ci dicono che se si continua così, ci sono ancora poche fermate prima del capolinea. E guardate che lì si scende tutti.
Possiamo nel nostro piccolo fare qualcosa per cambiare tutto questo?
Non facciamo nulla perchè ci sta bene così, fino a quando non ci tocca direttamente?
Noi giovani che dovremmo combattere per cambiare le cose, che stiamo facendo?
Io che sto facendo?
Tu che stai facendo?
Forse è anche colpa mia se quel signore è in quella condizione?

4 commenti:

vix ha detto...

prima di tutto grazie.
un gran bel post di pancia, come di pancia è il discorso dell'uomo che hai incontrato.
putroppo temo che qui da noi, a meno che non si arrivi alla fame generalizzata o ai razionamenti come in tempo di guerra, difficilmente c'è possibilità di - scusa il termine - sovvertire lo stato marcio delle cose.
saranno, saremo (a volte ci scendo anch'io, ancora), sempre pochi in piazza per costringerli a voltare la testa da questa parte e "convincerli" che è il caso di modificare il loro comportamento. Non abbiamo Obama, qui, - senza volerlo deificare - abbiamo i Cimoli, i manager dei megafallimenti che se ne vanno con le megabuonuscite pagate da noi.
Forse sono solo parole, le mie, come le tue.
Però questo tuo bel post lo feedo.

Anonimo ha detto...

Ascoltare, anzitutto. Questo è importante, non il risultare indifferenti verso gli altri. E poi impegnarci: il tuo racconto di pancia, come dice vix, è un buon metodo per far circolare la realtà e le idee, e i problemi e i bisogni. Perché nessuno pensi che quel che passa quell'uomo sia solo un problema suo. E poi tendere la mano, sto pensando in questo momento a come fare. Cosa fare.
Grazie
fatacarabina

EGO ha detto...

Ciao, grazie ad entrambe.
Lo so che magari scrivere e non rimanere indifferenti è già qualcosa, ma qui sembra che nessuno si accorga di nulla. Pensiamo a Report, la trasmissione su Rai Tre della domenica, solo vedere quella basterebbe per rivoltare tutto il giorno dopo, eppure lunedì siamo tutti dove dovremmo essere.
A volte mi sembra che non importi veramente a nessuno quello che abbiamo da dire, ci chiedono il consenso solo quando dobbiamo riempire la scheda, poi Puff, non ci siamo più.
Forse non alziamo abbastanza la voce?

vix ha detto...

non abbastanza, né nei giusti consessi.
alzarla al bar, co'l'amici, anche sull'autobus, rimane abbastanza innocuo.
la base purtroppo - che siamo noi, come diceva Totò a Peppino - è diventato un materasso su cui poggiare le chiappe, addormentato dalle flatulenze di una classe dirigente che ha imparato la politica in televisione anziché in sezione, per strada, ai picchetti.
scusa la nostalgia io sono stagionato.